11 feb 2008


La lettera del cardinale Tettamanzi ai separati e divorziati.

''La Chiesa vi è vicina''

di Mattia Bianchi - 21/01/2008

L'iniziativa dell'arcivescovo di Milano, che ribadisce la posizione classica della morale, ma spiega: anche la Chiesa sa che in alcuni casi la separazione è inevitabile. Il messaggio è diretto, così come l'invito a non allontanarsi dalla vita di fede.

Una lettera chiara per esprimere la vicinanza della Chiesa ai separati e divorziati. E' l'iniziativa dell'arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, che ribadisce la posizione classica della morale, ma vuole presentare il volto di una comunità ecclesiale accogliente, consapevole che tuttora non manca "qualche durezza". Con un passo in avanti: anche la Chiesa sa che in alcuni casi "non solo è lecito, ma può essere addirittura inevitabile prendere la decisione di una separazione". La lettera è eloquente a partire dal titolo "Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito" ed è espressione di un approccio pastorale già sperimentato in altre diocesi, anche se non in modo così diretto. Di recente, era stato il cardinale Ennio Antonelli a toccare la questione in una lettera più generica alle famiglie, mentre la diocesi di Pescara aveva affidato il messaggio all'ufficio di pastorale familiare. Il cardinale Tettamanzi, invece, parla in prima persona, come aveva già fatto all'estero il vescovo di Lugano, Pier Giacomo Grampa. Il messaggio è diretto ("La Chiesa vi è vicina"), così come l'invito a non allontanarsi dalla vita di fede.

Questa lettera, spiega l'arcivescovo, ''vuole essere semplice e familiare, quasi una richiesta di potermi sedere accanto a voi per un dialogo, che spero vi torni gradito e possa anche continuare nel tempo''. Certo, ammette Tettamanzi, ''alcuni tra voi hanno fatto esperienza di qualche durezza nel rapporto con la realtà ecclesiale: non si sono sentiti compresi in una situazione già difficile e dolorosa; non hanno trovato, forse, qualcuno pronto ad ascoltare e aiutare; talvolta hanno sentito pronunciare parole che avevano il sapore di un giudizio senza misericordia o di una condanna senza appello. E hanno potuto nutrire il pensiero di essere stati abbandonati o rifiutati dalla Chiesa. La prima cosa che vorrei dirvi, sedendomi accanto a voi, è dunque questa: 'La Chiesa non vi ha dimenticati! Tanto meno vi rifiuta o vi considera indegni".

E sia chiaro, quella del vescovo non è una vicinanza formale: ''In quanto cristiani sentiamo per voi un affetto particolare'', sottolinea, spiegando che ''la fine di un matrimonio è anche per la Chiesa motivo di sofferenza'' perché ''voi avete chiesto di celebrare il vostro patto nuziale nella comunità cristiana, vivendolo come un sacramento'', e ''celebrando il vostro matrimonio la comunità cristiana ha riconosciuto in voi questa nuova realtà e ha invocato la grazia di Dio perché questo segno rimanesse come luce e annuncio gioioso per coloro che vi incontrano" e "quando questo legame si spezza la Chiesa si trova in un certo senso impoverita".

Proprio partendo da questa consapevolezza, ''la Chiesa non vi guarda come estranei che hanno mancato a un patto, ma si sente partecipe di quel travaglio e di quelle domande che vi toccano così intimamente". "Potrete allora comprendere, insieme ai vostri sentimenti, anche i nostri'', aggiunge il cardinale, e sottolinea: ''La scelta di interrompere la vita matrimoniale non può mai essere considerata una decisione facile e indolore. Questa vostra ferita anche la Chiesa la comprende''. Al tempo stesso, ''anche la Chiesa sa che in certi casi non solo è lecito, ma può essere addirittura inevitabile prendere la decisione di una separazione: per difendere la dignità delle persone, per evitare traumi più profondi, per custodire la grandezza del matrimonio, che non può trasformarsi in un'insostenibile trafila di reciproche asprezze". Davanti a una decisione così seria è importante, però, che non vincano la rassegnazione e la volontà di chiudere troppo rapidamente questa pagina''.

Dopo aver chiesto di agire nell'interesse dei figli, il cardinale arriva alla domanda centrale: ''C'è posto per voi nella Chiesa?''. Per ripondere, dice, bisogna tornare alle parole di Gesù quando dice che "il legame sponsale tra un uomo e una donna è indissolubile, perché nel legame del matrimonio si mostra tutto il disegno originario di Dio sull'umanità''. Spiega Tettamanzi: ''E' in questa obbedienza alla parola di Gesù la ragione per cui la Chiesa ritiene impossibile la celebrazione sacramentale di un secondo matrimonio dopo che è stato interrotto il primo''. Così come, ''sempre dal senso della parola del Signore deriva l'indicazione della Chiesa riguardo all'impossibilità di accedere alla comunione eucaristica per gli sposi che vivono stabilmente un secondo legame sponsale'' perché ''nell'Eucaristia abbiamo il segno dell'amore sponsale indissolubile di Cristo per noi; un amore, questo, che viene oggettivamente contraddetto dal 'segno infranto' di sposi che hanno chiuso una esperienza matrimoniale e vivono un secondo legame''.

Da qui, sottolinea il cardinale, è possibile capire "che la norma della Chiesa non esprime un giudizio sul valore affettivo e sulla qualità della relazione che unisce i divorziati risposati". E ancora: "Il fatto che spesso queste relazioni siano vissute con senso di responsabilità e con amore nella coppia e verso i figli è una realtà che non sfugge alla Chiesa e ai suoi pastori. Non c'è dunque un giudizio sulle persone e sul loro vissuto, ma una norma necessaria a motivo del fatto che queste nuove unioni nella loro realtà oggettiva non possono esprimere il segno dell'amore unico, fedele, indiviso di Gesu' per la Chiesa''.

''E' chiaro - aggiunge Tettamanzi - che la norma che regola l'accesso alla comunione eucaristica non si riferisce ai coniugi in crisi o semplicemente separati'' e ''lo stesso si deve dire anche per chi ha dovuto subire ingiustamente il divorzio, ma considera il matrimonio celebrato religiosamente come l'unico della propria vita e ad esso vuole restare fedele''.

E, soprattutto, sottolinea l'arcivescovo di Milano, ''è comunque errato ritenere che la norma regolante l'accesso alla comunione eucaristica significhi che i coniugi divorziati risposati siano esclusi da una vita di fede e di carità effettivamente vissuta all'interno della comunità ecclesiale''.

La partecipazione alla vita di fede deve quindi continuare, anche perché, dice l'arcivescovo,''la vita cristiana ha certo il suo vertice nella partecipazione piena all'Eucarestia, ma non è riducibile soltanto al suo vertice". Ne deriva una richiesta secca: "Vi chiedo di partecipare con fede alla celebrazione eucaristica, anche se non potete accostarvi alla comunione".

Dal sito korazym.org cui va un particolare ringraziamento

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