03 gen 2008


Una breve esposizione di pensieri eminenti sulla questione ABORTO

prof. Bruno Esposito, O. P., Decano della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università san Tommaso d’Aquino-“Angelicum” di Roma

Ora se il Magistero non si stanca di ripetere in tutte le sedi ed in ogni occasione, anche a costo dell’impopolarità e di accuse d’ingerenza, il valore supremo ed inviolabile della vita fin dal suo concepimento, lo fa nella coscienza che questo è un suo preciso dovere. Dovere che pur nascendo ed illuminato dalla fede sa che non può rimanere relegato in essa. Tutto questo ha un significato specifico per tutti quei parlamentari che si professano cattolici. La difesa della vita non è questione confessionale, dove basta professarsi non credenti per trovare giustificazione a scelte e comportamenti che sono contro la ragione, la verità, il diritto e la giustizia.

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padre Thomas D. Williams, Decano della Facoltà di Teologia presso l’Università “Regina Apostolorum” di Roma


L’azione della Chiesa a difesa della giustizia sociale abbraccia tutte le questioni importanti inerenti la vita, e la sua attenzione per alcune di queste non implica una minore importanza delle altre. L’aborto, in questo senso, si distingue dalle altre questioni essendo un problema straordinario che merita un’attenzione particolare.

Per enumerare brevemente gli elementi di questa particolarità occorre anzitutto considerare la semplice portata del problema: circa 45 milioni di aborti vengono eseguiti legalmente; una cifra che supera la somma totale di tutte le vittime cadute in tutte le guerre della storia umana. In secondo luogo, l’aborto riguarda l’uccisione dei membri più innocenti e più vulnerabili della società. Terzo, questo male viene perpetrato in modo sistematico e legale, dando all’aborto un’apparenza di legittimità morale
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Cardinale Avery Dulles, docente di Religione e Società presso la Fordham University, cattedra Laurence J. McGinley

In che modo i politici e la gente in generale dovrebbero guardare alla sanzione della scomunica? Qual è la ragione che spinge la Chiesa a comminare questa sanzione?

Cardinal Dulles: La scomunica non è una espulsione dalla Chiesa. La persona scomunicata rimane cattolica pur essendogli proibito di accedere ai sacramenti fintanto che la sanzione non viene rimossa da un’autorità competente della Chiesa. Questa sanzione spirituale, la più grave che la Chiesa può infliggere, è, per così dire, una estrema risorsa.

In casi estremi, la Chiesa si trova obbligata a dichiarare che una certa persona non è più in comunione con essa. Il fine di una tale scomunica è quella di salvaguardare i sacramenti dalla profanazione, prevenire che sorga confusione nel fedele circa la validità degli insegnamenti della Chiesa, e assistere la persona scomunicata a riconsiderare le proprie posizioni, a pentirsi e ad essere guarita.

Come dovrebbe agire un sacerdote nei confronti di un politico pubblicamente dissidente che si presenta nella fila per ricevere la Comunione?

Cardinal Dulles: In quella situazione, il sacerdote ha delle opzioni limitate. Spesso, per evitare una brutta scena che impedirebbe la continuazione della cerimonia, il prete si sentirebbe obbligato a non rifiutare la Comunione. In assenza di alcuni decreti formali che escludano una persona dai sacramenti, molti sacerdoti sarebbero molto cauti nell’allontanare dei Cattolici dall’altare.

La responsabilità principale rimane a coloro che chiedono la Comunione, come afferma San Paolo nella prima lettera ai Corinzi (11:27-29). Solamente Dio può conoscere con certezza in quel momento l’anima del comunicando.

leggi per intero i testi su ZENIT che ringraziamo!

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