01 gen 2008


Un testo che amarelachiesa.blog vi propone nell'intento di ravvivare il legame con le nostre radici cristiane

Betlemme e i suoi cristiani

Studio Biblico Francescano in Gerusalemme - dal Taccuino
Di seguito sono presentati due adattamenti che, letti insieme, presentano un quadro più completo della vita della comunità cristiana di Betlemme, da qui un unico titolo.

1.

Soli nove chilometri separano Betlemme, il luogo della Natività, da Gerusalemme, dove Gesù fu crocifisso, morì e risuscitò. Se i pellegrini stranieri possono visitare comodamente la basilica della Natività e quella del Santo Sepolcro in metà giornata, non è così per i cristiani palestinesi. Il muro di sicurezza, il restrittivo sistema dei permessi di uscita, i blocchi stradali e i punti di controllo militari rendono quasi impossibile per la maggior parte dei cristiani di Terra Santa visitare i santuari che, per tutti i cristiani, fanno della terra in cui si trovano detti luoghi la Terra Santa.

Come Gerusalemme Est anche Betlemme fa parte della West Bank e non dello Stato di Israele. E’ difficile ottenere i visti provvisori di uscita per andare a pregare presso l’uno o l’altro santuario, per avere un consulto con un medico o visitare dei parenti. I permessi durano poco e, una volta assegnati, sono sempre soggetti alle imprevedibili decisioni dei soldati.

Le restrizioni sono economiche e religiose. Sono pochi i produttori di Betlemme che possono trasportare le loro merci a Gerusalemme, come poche sono le persone che comprano prodotti a Betlemme. Il turismo, pur rappresentando una parte cospicua dell’economia della città e in crescita dal 2004, è ben lontano dall’essere un settore consolidato.

Nel 2000 ogni mese visitavano Betlemme in media 91.000 turisti, quest’anno la media è scesa a metà. Quando i gruppi di turisti e pellegrini giungono in città, il poco tempo che gli viene concesso per fermarsi presso negozi o locali per un rinfresco li dissuade dal farlo. Di conseguenza circa un centinaio tra alberghi e ristoranti hanno chiuso i battenti dal 2000 fino ad oggi. Più di 250 laboratori che producevano oggetti tipici in legno di ulivo, croci di madreperla e altri articoli sono scomparsi. Il risultato è che, mentre una volta Betlemme vantava uno tasso di disoccupazione tra i più bassi in Terra Santa, ora si trova a raggiungere una percentuale di disoccupati vicina al 60%.

In una recente visita alla città l’ex primo ministro inglese Tony Blair ha auspicato che si creino le condizioni per incrementare l’afflusso turistico a Betlemme, anche se proprio il suo paese, come pure gli Stati Uniti, invitano i loro cittadini a non visitarla (per ragioni di sicurezza ndr.). Blair ha invitato lo Stato di Israele, che proibisce ai propri cittadini di recarsi nella West Bank, a mitigare questa restrizione.

Naturalmente Israele deve garantire la propria sicurezza, ma non può incolpare i cristiani della seconda intifada. La sparuta minoranza cristiana sta sopportando gravi disagi come la maggioranza musulmana.

Betlemme è stato un luogo dove storicamente i rapporti tra cristiani e musulmani sono stati amichevoli.

Ora, tuttavia, la città si trova circondata da insediamenti israeliani e, dove arrivano i coloni, là sorge un muro sormontato da filo spinato e da torri per i cecchini.

Per fare un esempio, Beit Jala, un villaggio in gran parte abitato da famiglie cristiane, sta per essere circondato da un muro. Alcune delle famiglie stanno tentando di contestare per via legale le confische dei terreni subite ma senza alcun esito: espropriazioni e costruzione del muro procedono regolarmente.

A Betlemme il muro separa la città da quasi tre quarti dei terreni agricoli dei suoi villaggi nella zona occidentale, come pure dalle risorse idriche che rifornivano l’area nell’epoca romana. Gran parte degli spazi verso cui la città ha possibilità di svilupparsi è compresa in questa zona, dove si trova anche una vasta riserva naturale, meta, una volta, di gite in campagna.

Dalla chiesa della Natività si può vedere Har Homa, un insediamento ebraico sul pendio di un colle che in precedenza apparteneva ai cristiani.

Dopo l’incontro di Annapolis il governo israeliano ha approvato la costruzione di altre 300 abitazioni, nonostante le rimostranze di Condoleza Rice, Segretario di stato USA.

Purtroppo molti cristiani non ricorrono alle vie legali per opporsi alla sottrazione delle loro terre e della proprietà. Con gli accordi del 1993 tra Israele e il Vaticano, con cui la Santa Sede riconosceva lo Stato di Israele, il governo israeliano si impegnava a riconoscere e regolamentare i diritti delle chiese cristiane e delle loro istituzioni. A causa, però, del contrasto sulle tasse e di questioni annesse, la Knesset non è ancora intervenuta sulla materia. Varie entità cristiane cattoliche e ortodosse hanno subito confische di proprietà e l’abbattimento di strutture abitative.

Israele non può permettersi di perdere i cristiani palestinesi che a lungo hanno rappresentato nel paese una forza moderata. Un secolo fa erano il 25% o più della popolazione in Terra Santa. Oggi sono ridotti più o meno all’1,5%. Dal 2000 la sola Betlemme ha perso il 10% della popolazione cristiana.

I cristiani palestinesi considerano i loro antenati come i primi cristiani e non c’è dubbio che alcuni di loro lo furono realmente. Si definiscono le “pietre vive” della cristianità biblica, custodendo le loro antiche comunità e tradizioni tra ripetuti conflitti. Hanno tutto il diritto di possedere la loro terra e il proprio lavoro.


2.

Gli arabi cristiani in Medio Oriente sono tanti quanti gli ebrei in occidente. Quando le feste ufficiali arrivano, cristiani ed ebrei sono come spinti fuori e costretti a festeggiare con gli altri.

Gli ebrei d’America avvertono la sensazione di essere lasciati da parte durante le festività cristiane, che procurano al paese una stridente sosta festiva. Il medesimo sentimento devono provare i cristiani arabi che, in casi analoghi, si siedono comodamente a guardare il mondo arabo musulmano che ruota intorno alla propria religione.

Molte aziende americane interrompono la propria attività a Natale e anche il Venerdì Santo, mentre in altre si continua a lavorare normalente o a ritmi più distesi. Non mancano ebrei che preparano l’albero di Natale per evitare che i propri figli si sentano esclusi.

Qualcosa di molto simile avviene per gli arabi cristiani in Medio Oriente, dove la religione dominante è l’Islam. La presenza cristiana in Terra Santa, iniziata secoli prima dell’avvento dell’Islam, sta diminuendo in maniera significativa in conseguenza della crescente agitazione politica e dell’acutizzarsi delle pressioni esercitate dall’attivismo anti-cristiano del quale è proibito parlare apertamente e mai si discute sui media arabi.

Durante il mese del Ramadan durante il giorno i musulmani si astengono dal cibo e dalle bevande. E’ un periodo di rinnovamento della loro devozione a Dio. Come il mondo cristiano si ferma intorno agli ebrei in occidente, così il mondo arabo si ferma intorno ai cristiani in Medio Oriente.

Anche se l’Islam, come il mondo cristiano, si fonda su principi di tolleranza verso gli altri, non tutti i musulmani tollerano che i cristiani organizzino manifestazioni pubbliche durante la festività musulmana.

Ho trascorso (parla l’autore dell’articolo ndr.) il periodo del Ramadan a Betlemme nel 2004 e ho capito che anche i cristiani sono costretti ad osservarlo.

I cristiani proprietari di ristoranti nella città sono obbligati a chiudere i loro locali e a far festeggiare in sordina matrimoni e incontri.

Se qualcuno non interrompe l’attività del ristorante e permette ai clienti di mangiare all’aperto, i musulmani che passano si accigliano. Uno persino mi si è avvicinato per dirmi che stavo mancando di rispetto a loro per il fatto di mangiare in pubblico, proprio mentre si trovavano nel mezzo di un gravoso digiuno.

Durante il Ramadan la vita cristiana è come interrotta lungo la West Bank e la Striscia di Gaza e in gran parte del mondo arabo, dove l’Islam è diventato il nucleo non soltanto dei governi che l’hanno dichiarato la loro religione ufficiale, ma anche della vita della società.

Fonte: Kenneth L. Wooward, OpinionJournal(24 dicembre 2007)

Ray Hanania, The Jerusalem Post(17 settembre 2007)

Adattamento: R. P.

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