18 dic 2007

OBBEDIENZA pura

proponiamo un breve testo antologico di Romano Guardini, fu uno dei massimi scrittori cattolici ed i suoi scritti sono emblematici.

Spesso si è rinfacciato al cristianesimo di offrire all’uomo un rifugio contro i pericoli cui lo espone la situazione attuale. E c’era del vero, non solo perché il dogma nella sua oggettività crea un ordine sicuro al pensiero ed alla vita, ma anche perché nella Chiesa continua a vivere una folla di tradizioni culturali che altrove sono scomparse e morte. Nei tempi futuri quel rimprovero sarà sempre meno giustificato.

Il patrimonio culturale della Chiesa non potrà sfuggire alla generale decadenza della tradizione e là dove esso ancora sussisterà sarà assalito da molti problemi. Ma per quanto concerne il dogma, è essenziale alla sua natura il sopravvivere ad ogni mutamento di tempi, poiché esso è fondato nel sovratemporale; si può tuttavia supporre che di esso si avvertirà in modo particolare il carattere di guida della vita. Quanto più il cristianesimo si affermerà di nuovo come cosa non spontanea ed automatica, e si distinguerà decisamente dalla dominante concezione non-cristiana della vita, tanto più emergerà nettamente nel dogma, accanto all’elemento teoretico, quello pratico ed esistenziale. Non c’è certamente bisogno che io sottolinei che non intendo con ciò alcuna «modernizzazione»; nessuna attenuazione qualsiasi né di contenuto, né di valore. Al contrario il carattere di incondizionata assolutezza della sua espressione e del suo imperativo si accentueranno più fortemente. E in questa assolutezza si avvertiranno la definizione dell’esistenza e l’orientamento della condotta.

Così la fede sarà capace di resistere nel pericolo. Nel rapporto con Dio emergerà decisamente l’elemento dell’obbedienza. Obbedienza pura, la quale sa che si tratta delle cose supreme, che solo per l’ubbidienza possono realizzarsi. Non perché l’uomo sia «eteronomo», ma perché Dio è santità assoluta. Un atteggiamento assolutamente non-liberale dunque, orientato con assolutezza verso l’assoluto, ma nella libertà, e per questo distinto da tutte le violenze. Questa assolutezza non è una resa alla forza fisica o psichica del comando: ma l’uomo per essa accoglie nel suo atto la qualità del comando divino. E questo suppone la maturità del giudizio e la libertà dell’opzione.

Ed una fiducia che solo qui è possibile. Non fiducia in un ordine razionale del tutto, o in un principio ottimistico di benevolenza, ma in Dio, nella sua realtà e nella sua azione, in Dio, che è all’opera ed agisce. Se non sbaglio, l’Antico Testamento va assumendo un significato particolare: esso mostra il Dio vivente, che spezza e irrompe sia attraverso l’incantesimo mitico del mondo sia attraverso le potenze politiche pagane della terra, e l’uomo credente che, accettando l’Alleanza, si ricollega a questa azione di Dio. E si comprenderà l’importanza di questo. Quanto più crescono le forze anonime, tanto più la «vittoria che vince il mondo» [1 Gv. 5,4], la fede, si attua in una conquista di libertà, nell’accordo della libertà donata all’uomo e della libertà creatrice di Dio. E nella fiducia in ciò che Dio fa non soltanto nel suo operare, ma nel suo agire. È singolare questo presentimento di possibilità divine, in mezzo alla crescente oppressione del mondo!

R. Guardini (1885-1968), La persistenza di riferimenti cristiani nella società secolarizzata: l’analisi de La fine dell’Epoca Moderna (1950)

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