11 dic 2007

Magistero

amarelachiesa.blog vuole continuare con il proposito di proporre temi attuali che possono cadere nel dimenticatoio del cattolico: la fede, la nostra fede è basata in Cristo sulla Sacra Scrittura ed è continuamente resa 'viva' dal Magistero petrino che dovrebbe esserci trasmesso dai nostri sacerdoti, ma salvo restando l'obbligo d'ognuno di coltivare con assiduità la propria spiritualità cristiana e cattolica in un mondo che non offre buoni segni di ravvedimento!

Don Pietro Cantoni, esposizione del documento sulla Vocazione Ecclesiale del Teologo, questo pezzo antologico è un estratto dall’integrale che potete leggere sul sito web di alleanzacattolica.org ed anche sul sito totustuus

La vocazione del teologo

1. Innanzitutto vi è l’adesione di fede teologale dovuta non soltanto ai pronunciamenti solenni o definizioni, ma anche al Magistero ordinario e universale: si tratta di una dottrina definita solennemente nel Concilio Ecumenico Vaticano I e ripresa dal Concilio Vaticano II. Questa riaffermazione è particolarmente importante perché è diventato usuale nella letteratura teologica restringere l’adesione di fede al Magistero straordinario, identificando infallibilità con definizione (9). Questo è l’ambito dei dogmi definiti: per esempio, i decreti e i canoni dottrinali del Concilio di Trento e del Concilio Vaticano I, i dogmi dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione corporea della Beata Vergine Maria, e le dottrine che, pur non essendo mai state oggetto di promulgazione solenne, costituiscono tuttavia un patrimonio irrinunciabile per la fede come, per esempio, il Simbolo Apostolico e quello Niceno-Costantinopolitano, la dottrina sull’infallibilità della Chiesa, e così via.

2. A questi pronunciamenti definitivi — siano essi definizioni in senso stretto o dottrine insegnate in modo definitivo — bisogna aderire con fermezza anche se non riguardano direttamente verità di fede: "Quando esso [il Magistero] propone "in modo definitivo" delle verità riguardanti la fede ed i costumi, che, anche se non divinamente rivelate, sono tuttavia strettamente e intimamente connesse con la Rivelazione, queste devono essere fermamente accettate e ritenute" (n. 23).

3. Quindi vi è il "religioso ossequio della volontà e dell’intelligenza" (n. 23) dovuto a tutti quegli interventi di carattere dottrinale, che non rientrano però nell’ambito sia delle definizioni solenni del Papa e dei concili che degli insegnamenti proposti come da tenersi in modo definitivo da parte del Magistero ordinario e universale. Ciò avviene "quando il Magistero, anche senza l’intenzione di porre un atto "definitivo", insegna una dottrina per aiutare ad un’intelligenza più profonda della Rivelazione e di ciò che ne esplicita il contenuto, ovvero per richiamare la conformità di una dottrina con le verità di fede, o infine per mettere in guardia contro concezioni incompatibili con queste stesse verità" (n. 23). "Religioso ossequio" significa che non è sufficiente una qualunque presunzione di verità, come si ritrova comunemente nei rapporti umani, per cui si presume che la persona competente — il medico, l’avvocato, e così via — dica il vero nella sua materia, ma un atteggiamento che si radica nella fede teologale, cioè nella persuasione che il depositario della funzione magisteriale è divinamente assistito nell’adempimento del suo compito: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni [...] Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (10). L’"essere con" di Cristo è un dato di fede, ed è quindi "[...] nella logica e sotto la spinta dell’obbedienza della fede" che deve collocarsi il "religioso ossequio della volontà e dell’intelligenza".

4. Infine, come ultimo grado di assenso, il documento parla di una "volontà di ossequio leale" (n. 24) a proposito di "interventi di ordine prudenziale" (n. 24). Si danno quando "[...] il Magistero, allo scopo di servire nel miglior modo possibile il Popolo di Dio, e in particolare per metterlo in guardia nei confronti di opinioni pericolose che possono portare all’errore, può intervenire su questioni dibattute nelle quali sono implicati, insieme ai principi fermi, elementi congetturali e contingenti" (n. 24). In questo campo, per la natura stessa della cosa, "[...] spesso è solo a distanza di un certo tempo che diviene possibile operare una distinzione fra ciò che è necessario e ciò che è contingente" (n. 24). Non ci si deve quindi meravigliare se talora "[...] è accaduto che dei documenti magisteriali non fossero privi di carenze" (n. 24) e che "i Pastori non hanno sempre colto subito tutti gli aspetti o tutta la complessità di una questione" (n. 24).

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