5 dic 2007

amarelachiesa.blog propone una breve parte dell'articolo dell'Osservatore Romano dello scorso 18 novembre relativo alla Liturgia, argomento vivissimo dopo il Motu Proprio del Santo Padre.

SULLA LITURGIA CONFRONTARSI SENZA ALCUN PREGIUDIZIO

di Nicola Bux

A sessant'anni dall'enciclica di Pio XII Mediator Dei
È in atto una battaglia sulla liturgia: diversamente da quella che agli inizi del secolo scorso diede origine al movimento liturgico, la materia del contendere non è appena il rito romano antico.

Tuttavia il Santo Padre ci rassicura: la lotta per la corretta interpretazione e la degna celebrazione della sacra liturgia è necessaria in ogni generazione. È grande la posta in gioco: "giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa" (Lettera apostolica circa il Motu proprio Summorum Pontificum, 7 luglio 2007), anche per portare a compimento la riforma liturgica. Lasceremo cadere l'invito, se amiamo veramente la Chiesa e la sacra liturgia?

Ora, se quanti amano o scoprono la precedente tradizione liturgica devono anche convincersi "del valore e della santità del nuovo rito", tutti gli altri dovrebbero riflettere sul fatto che "nella storia della liturgia c'è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso".

Le parole di Benedetto XVI richiamano queste altre: "Se da una parte constatiamo con dolore che in alcune regioni il senso, la conoscenza e lo studio della liturgia sono talvolta scarsi o quasi nulli, dall'altra notiamo con molta apprensione che alcuni sono troppo avidi di novità e si allontanano dalla via della sana dottrina e della prudenza. Giacché all'intenzione e al desiderio di un rinnovamento liturgico, essi frappongono spesso principi che, in teoria o in pratica, compromettono questa santissima causa, e spesso la contaminano di errori che toccano la fede cattolica e la dottrina ascetica". Chi le ha scritte è Pio XII, nell'Introduzione dell'enciclica Mediator Dei. La logica è la medesima: la tradizione è necessaria e l'innovazione ineluttabile, ed entrambe sono nella natura del corpo ecclesiale come del corpo umano.

Non si oppongono ma sono complementari e interdipendenti. Pertanto non ha senso essere ad oltranza innovatori o tradizionalisti. Semmai bisogna incontrarsi e confrontarsi senza pregiudizio e con grande carità, ancora sotto la guida della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e con l'aiuto dell'ordine di san Benedetto, entrambi menzionati nell'enciclica.

Cominciamo proprio dalla Mediator Dei, pubblicata il 20 novembre 1947, dal servo di Dio Pio XII: il documento dottrinale più importante sulla liturgia prima del concilio Vaticano II, senza del quale la costituzione sulla sacra liturgia, emanata solo sedici anni dopo, il 4 dicembre 1963, non si comprende appieno. Ne è la fonte principale quanto ad impostazione classica e a contenuti dottrinali e un termine di paragone con le istanze antiche e nuove della liturgia. Leggendo l'enciclica a sessant'anni dalla sua promulgazione, si viene aiutati a superare il pregiudizio verso la Chiesa preconciliare ed anche verso un Papa, definito dal suo successore Giovanni XXIII: Doctor optimus, Ecclesiae sanctae lumen, divinae legis ad monitor nella prima enciclica Ad Petri Cathedram. Sono i tre titoli che un'antifona liturgica del Messale romano conferisce ai dottori della Chiesa.

Pio XII non si limitò ad enunciare la dottrina mediante l'enciclica, ma fece seguire le riforme: il permesso di usare le lingue locali accanto al latino per alcune parti dei riti liturgici in quei paesi europei e latino-americani dove l'unità cattolica non era a rischio; il permesso a determinate condizioni di celebrare la messa vespertina (1957), riscoprendo il giorno liturgico; la revisione delle norme sul digiuno eucaristico (1953) e le indicazioni per il rinnovamento della musica sacra sulle orme di san Pio X. È noto che già nel 1946 "Pio XII aveva istituito una commissione per la riforma generale della liturgia, che avrebbe iniziato i propri lavori nel 1948 e che, nel 1959, sarebbe confluita nella commissione preparatoria del concilio per la liturgia.

Non è dunque fuori luogo affermare che la costituzione sulla liturgia del Vaticano II aveva cominciato ad essere predisposta fin dal 1948, prendendo spunto dall'enciclica" (Andrea Tornelli, Pio XII. Eugenio Pacelli, un uomo sul trono di Pietro, Milano, 2007, pagina 510). L'approfondito lavoro preparatorio eviterà al progetto di costituzione conciliare, a differenza di tutti gli altri, la bocciatura. Tutto questo prende avvio dall'enciclica Mediator Dei, e farebbero attribuire al grande pontefice anche il titolo di divini cultus instaurator.

Culmine e fonte Il culto o la liturgia avviene soltanto per, con e in Gesù Cristo: diversamente non arriva a Dio Padre per adorarlo e nemmeno a noi per santificarci. Quindi non la facciamo noi e ciò spiega l'esordio dell'enciclica: ""Il Mediatore tra Dio e gli uomini" (1 Timoteo, 2, 5), il grande pontefice che penetrò i cieli, Gesù Figlio di Dio (cfr Ebrei, 4, 14) assumendosi l'opera di misericordia con la quale arricchì il genere umano di doni soprannaturali (...) attese a procurare la salute delle anime con il continuo esercizio della preghiera e del sacrificio, finché, sulla Croce, si offrì vittima immacolata a Dio per mondare la nostra coscienza dalle opere morte onde servire al Dio vivo (cfr ivi, 9, 14) (...). Il Divin Redentore volle, poi, che la vita sacerdotale da Lui iniziata nel suo Corpo mortale (...) non cessasse nel corso dei secoli nel suo Corpo Mistico che è la Chiesa; e perciò offrì un sacerdozio visibile per offrire dovunque la oblazione monda (cfr Malachia, 1, 11), affinché tutti gli uomini, dall'Oriente e dall'Occidente, liberati dal peccato, per dovere di coscienza servissero spontaneamente e volentieri a Dio. La Chiesa dunque, fedele al mandato ricevuto dal suo Fondatore, continua l'ufficio sacerdotale di Gesù Cristo soprattutto con la Sacra Liturgia". Una simile introduzione fa capire che nessuno possa parlare di liturgia senza partire da Cristo in quanto Mediator Dei e senza intenderla come manifestazione somma e continua di tale mediazione. Egli è il "luogo" dell'incontro tra Dio e l'uomo e fa della liturgia il culmine della vita della Chiesa e la fonte di ogni grazia. La liturgia culmen et fons, l'endiadi ormai celebre della Sacrosanctum Concilium che ne sintetizza il concetto, è già nella introduzione della Mediator Dei.
La prima parte dell'enciclica s'intitola "Natura, origine e progresso della liturgia". L'uomo deve convertirsi a Dio, orientarsi a lui: questo si manifesta rendendo "il debito culto all'unico e vero Dio" (I, 1): nell'Antico Testamento è Dio stesso a stabilire le norme del culto; nel Nuovo Testamento è la rivelazione che Gesù stesso compie con i fatti della sua vita, morte e risurrezione a diventar offerta o culto gradito a Dio, finché "entrando, poi, nella beatitudine celeste vuole che il culto da lui istituito e prestato durante la sua vita terrena continui ininterrottamente" (I, 1). L'opera della redenzione di Cristo viene in modo analogo riproposta nella costituzione Sacrosanctum Concilium (cfr 5-6).

Alla volontà del Signore l'enciclica fa risalire le norme e istituzioni liturgiche: esse hanno in lui l'autore e perciò vanno trattate con obbedienza gioiosa. L'altare sul quale si presenta il sacrificio eucaristico è elevato verso l'alto, è un'ara alta e non una tavola, a significare che la liturgia la riceviamo dall'alto e non la confezioniamo dal basso.
C'è un secondo elemento essenziale della liturgia cattolica: "In ogni azione liturgica, quindi, insieme con la Chiesa è presente il suo Divin Fondatore: Cristo è presente nell'augusto Sacrificio dell'altare sia nella persona del suo ministro, sia massimamente sotto le specie eucaristiche; è presente nei sacramenti con la virtù che in essi trasfonde perché siano strumenti efficaci di santità; è presente infine nelle lodi e nelle suppliche a Dio rivolte, come sta scritto: "Dove sono due o tre adunati in nome mio, ivi sono in mezzo ad essi" (Matteo, 18, 20)" (I, 1). Il versetto viene ripreso nel noto paragrafo della costituzione liturgica sulla presenza di Cristo (n 7) con la sola aggiunta "È presente nella sua parola, giacché e Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura"; in precedenza indica Cristo quale "Mediatore tra Dio e gli uomini" e "pienezza del culto divino" (n 5).

L'enciclica ha potuto così definire la liturgia "il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra". La liturgia serve ad elevare sempre più l'anima verso Dio, a con-sacrarla: "così il sacerdozio di Gesù Cristo è sempre in atto nella successione dei tempi, non essendo altro la liturgia che l'esercizio di questo sacerdozio" (I, 1). Il sacerdote, vescovo e presbitero, sa che vi partecipa intimamente lui stesso e che - sacerdozio indica il sacro - deve aiutare l'uomo a salire sempre di più verso Dio Padre, fonte della santità; ne sono strumento efficace i riti del culto sacramentale, azioni liturgiche reiterate secondo un ordine, come un esercizio ginnico per lo spirito. È la ragione per cui "tutto il complesso del culto che la Chiesa rende a Dio deve essere interno ed esterno. È esterno perché lo richiede la natura dell'uomo composto di anima e di corpo; perché Dio ha disposto che "conoscendolo per mezzo delle cose visibili, siamo attratti all'amore delle cose invisibili" (Messale romano, prefazio del Natale)" (I, 2).

Il culto non riguarda solo il singolo ma anche l'umanità; in esso si manifesta in special modo l'unità del Corpo mistico che è la Chiesa. "Ma l'elemento essenziale del culto deve essere quello interno; è necessario difatti vivere sempre nel Cristo, tutto a Lui dedicarsi affinché in Lui, con Lui e per Lui si dia gloria al Padre. La sacra liturgia richiede che questi due elementi siano intimamente congiunti (...) Diversamente, la religione diventa un formalismo senza fondamento e senza contenuto (...) il Divino Maestro stima indegni del sacro tempio ed espelle coloro i quali credono di onorare Dio soltanto col suono di ben costrutte parole e con pose teatrali, e son persuasi di poter benissimo provvedere alla loro salvezza eterna senza sradicare dall'anima i vizi inveterati (cfr Marco, 7, 6; Isaia, 29, 13)" (I, 2).

L'enciclica, secondo la dottrina classica dell'ex opere operato e dell'ex opere operantis Ecclesiae, ricorda "che il culto reso a Dio dalla Chiesa in unione col suo Capo divino ha la massima efficacia di santificazione" nella messa e nei sacramenti. Mette in guardia così dalle teorie sulla "pietà oggettiva" che portano a trascurare la "pietà soggettiva" o personale. Tali teorie rivivono oggi nell'idea che la "partecipazione comunitaria" alla liturgia sia esclusiva. Invece, l'efficacia oggettiva della liturgia esige le buone disposizioni nell'anima del fedele come del prete, non solo durante ma anche in preparazione ad essa. L'enciclica perciò richiama, in specie dinanzi all'eucaristia, il paolino "Ciascuno esamini se stesso". Così, viene ricordato l'atteggiamento giusto per partecipare alla liturgia: "La genuina pietà, che l'Angelico chiama "'devozione" e che è l'atto principale della virtù della religione col quale gli uomini si ordinano rettamente, si orientano opportunamente verso Dio, e liberamente si dedicano al culto" (cfr san Tommaso, Summa Theol. II.a IIae, q. 82 a. 1). Per questo bisogna "sottomettere i nostri sensi e le loro facoltà alla ragione illuminata dalla fede"; per farlo "è necessario tener presente l'insegnamento: "Voi siete di Cristo e Cristo è di Dio" (cfr 1 Corinzi, 3, 23)". La vera pietà o devozione, necessaria alla liturgia, discende dall'appartenenza a Cristo e mediante lui a Dio. La coscienza di appartenere al Signore fa sì che il culto operi incessantemente "finché il Cristo non sia formato in noi (cfr Galati, 4, 19)" (I, 2).
Sulla corrispondenza tra la lex orandi e quella della fede deve vigilare la gerarchia ecclesiastica, perché il culto che la Chiesa rende a Dio è "una continua professione di fede cattolica e un esercizio della speranza e della carità" (I, 2).

© L'Osservatore Romano - 18 novembre 2007

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