27 nov 2007

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Leggetela e fate la vostra riflessione. Articolo apparso su Famiglia Cristiana del 1998. L'articolo sul sito del settimanale è corredato di alcune interessanti tabelle.

GIOVANI E FEDE

L'ORIZZONTE DA RITROVARE

di ALBERTO BOBBIO

Intelligenti, immature, spesso spaesate sono le ultime generazioni, che la Chiesa si affanna a capire. Duecento vescovi hanno cercato di decifrare questo pianeta in gran parte sconosciuto e «attraversato da un vento gelido». Per progettare, in mezzo a tante incognite, un futuro di speranza.

Problema o risorsa? Ragazzi da giudicare o semplicemente da amare? I vescovi italiani studiano i giovani per intuire l’uomo futuro che la Chiesa dovrà saper accompagnare. Studiano un orizzonte che un po’ sfugge e si scoprono con il fiato grosso. «Sì, siamo in affanno, più maestri che mamme e papà», ammette l’arcivescovo di Vercelli Enrico Masseroni. Da mesi molti vescovi chiedevano una riflessione: come dobbiamo fare per camminare nella vita dei giovani, per andare con loro verso Dio? E, prima di tutto, chi sono, cosa pensano? Potremo mai conoscerli a fondo? Così a Collevalenza, la Conferenza episcopale italiana ha messo in campo gli uomini migliori: Alberto Ablondi, vescovo di Livorno, l’unico ad aver organizzato un Sinodo dei giovani e non per i giovani; il professor Mario Pollo, docente all’Università salesiana; Enrico Masseroni, vescovo a Vercelli ma per anni, nella diocesi di Novara, uomo di pastorale giovanile e rettore del seminario.

La Cei ha inoltre invitato 25 giovani, in rappresentanza di diocesi, associazioni e movimenti, per ascoltare, ma anche per provocare, duecento vescovi. E dire, alla fine, che cosa fare concretamente. Ad Ablondi parlare di ragazzi piace. E subito indica la strada: «Non facciamoci illusioni. I giovani sono un mistero, la severa documentazione dei frutti positivi e negativi dell’ambiente. Portano in sé tutti i tempi nostri, più le novità dei loro. Sono superiori a noi, pieni di ricchezze sorprendenti e di limiti inimmaginabili. Hanno ragione quelle mamme che dicono: "Quando ti nasce un figlio non sai mai chi ti metti in casa"».

L’affanno è provocato dalla rincorsa a capirli e dalla scelta di ascoltarli: «Ma senza mettere in piedi nessuna evangelizzazione a tempo di rap», assicura Ablondi. Perché «sarebbe di nuovo un errore», spiega Masseroni, «solo moderno paternalismo. Non dobbiamo chiedere ai giovani di ascoltare gli adulti, ma agli adulti di ascoltare i giovani, anche nelle nostre parrocchie, dove gli adulti sembrano dormire. Anche nell’ora di religione, dove si fa catechesi o si propongono insegnamenti neutri. Chi si occupa oggi della ragione? Chi cerca di opporsi al nichilismo, al non senso, a quella sorta di vento gelido che attraversa le ultime generazioni? La vita si difende occupandosi anche della ragione, dei suoi diritti».

E la colpa di chi è? Il professor Mario Pollo non ha dubbi: «La deriva è il prodotto della cultura elaborata dagli adulti, della modernità spinta all’eccesso, dell’accelerazione esasperata». Forse oggi si può parlare di scomparsa della condizione giovanile, di una disarticolazione dei confini che segnano le età.

Nel 2020, secondo le proiezioni, i ragazzi fino a 14 anni diminuiranno del 40 per cento, le persone tra 15 e 65 del 13 per cento. Gli anziani oltre 65 anni aumenteranno del 47 per cento: ma si tratterà proprio di anziani? Pollo non scherza e comincia a mettere in fila i problemi: «Ci sono troppi adulti bambini e troppi bambini adulti. Assistiamo a una perdita di responsabilità nell’uso del linguaggio degli adulti, che sempre più usano espressioni gergali e dicono parolacce di fronte ai bambini. La voglia di sacrificarsi dei genitori per i figli è in netto calo, così come quella di progettare il futuro tenendo conto delle aspirazioni dei figli. Vedo una mancanza di progettualità, identità deboli, angosce vestite di depressioni, gratificazioni cercate attraverso il consumo eccessivo, dove solo il presente sembra avere un valore e la storia appare come un susseguirsi di presenti, non come una narrazione legata da un intreccio che ne svela il significato».

L’esperienza religiosa è finita stritolata da queste derive: «La pratica religiosa è affare di una piccola minoranza, ma la credenza in Dio è assai diffusa». E qui continuano i problemi: «Dio è un amico, uno con il quale dialogare nel segreto della cameretta. E questo fa nascere il sospetto che Dio possa essere confuso con i propri processi psichici. Manca un rapporto con la Scrittura, anche per molti praticanti. La percezione del sacro avviene solo in alcuni luoghi come Lourdes o Assisi. E in ogni chiesa il sacro è spesso sentito più intensamente quando la chiesa è vuota». Ecco che Dio è un’esperienza astratta, non collocato in alcun orizzonte: «Molti sono cristiani perché sono nati in Italia. Assistiamo ad un sincretismo latente. È diffusa l’idea che le varie religioni adorino lo stesso Dio, un Dio senza Gesù. L’esperienza religiosa giovanile tende a sradicare il cristianesimo dalla storia».

Cosa manca a questi giovani? «Un prete che stia vicino a loro con tenacia, speranza, continuità. Ma un prete che sia autenticamente formato», risponde Ablondi, che ricorda un altro sondaggio: «Solo dieci giovani su duemila conoscono un prete. Cosa dovrebbero fare i preti? Avere più fiducia in sé stessi. Troppi di loro si credono inadatti ai giovani. E molte volte si sbagliano». Ablondi poi punta il dito sulle catechesi noiose, sulle preghierine troppo serie inflitte ai bambini: «Insieme ai giovani, sono i grandi dimenticati dalla nostra Chiesa. Non mi stupirei se la crisi odierna fosse il risultato di quanto molti bambini hanno dovuto subire in chiesa o al catechismo anni fa».

La nuova pastorale giovanile deve nascere da parrocchie più accoglienti, oratori «aperti anche dopo cena», hanno chiesto nei gruppi di studio. Da «più coraggio sul terreno della disoccupazione, della violenza mafiosa». L’esempio qui è inconsueto: «Quando in un paese non si presenta nessuna lista elettorale, la chiesa locale deve costituire delle liste di giovani coraggiosi. Allora la fede trasforma il presente». Infine la politica e la scuola: «Non è facile formare i giovani all’impegno sociale e politico, perché è la stessa comunità cristiana nel suo complesso a zoppicare. E si nota scarso interesse su questo argomento, specie del clero giovane, che invece preferisce il lavoro con gruppi spirituali. Mancano educatori completi, capaci di amare Dio e servire l’uomo in pienezza. Pecchiamo di dicotomia. Il settore giovanile risente di questa fatica e di questo lungo cammino, tracciato dal Concilio, ancora da completare». Riguardo alla domanda religiosa nella scuola, dove i giovani trascorrono la maggior parte del loro tempo, è stato osservato che «la necessaria e urgente attenzione verso la scuola cattolica non deve offuscare l’impegno della Chiesa verso tutta la scuola».

Alberto Bobbio


Tratto da Famiglia Cristiana settimanale cattolico Anno LXVIII - N. 46 - 22 novembre 1998

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