29 nov 2007

T R A D I Z I O N E
e
D O T T R I N A

“Tradizione” deriva dal latino traditio che ha i seguenti significati:

a) L'atto materiale della “consegna”, dunque anche nel senso di “resa” (Livio);

b) “Consegna mediante parole”, dunque “insegnamento”: traditio praeceptorum è “l'esposizione verbale dei precetti” affinché vengano appresi (Quintiliano 3,1,2 e 3);

c) "Tradizione" (Gellio).

Traditio indica l'atto di tradere, da trans-dare, con il significato di consegnare ed anche “trasmettere”, come un'eredità, una memoria, una notizia, un insegnamento sia a parole che per scritto.

Mos erat a maioribus... traditus: “era costume tramandato dagli antichi”, dunque, “costume tradizionale” (Cornelio Nepote); consuetudo a maioribus tradita: “usanza tradizionale"; patrio more... traditum est: "è tramandato per costume avito"; memoriam posteris tradiderunt: “tramandarono la memoria ai posteri" (Livio) servare traditum ab antiquis morem: “restare fedele a un costume tramandato dagli avi" (Orazio).

Tradere significa, dunque, anche “insegnare": tradere virtutem hominibus: "insegnare agli uomini la virtù ,, (Cicerone).

La preposizione trans indica “al di la", “oltre", con evidente riferimento sia ai limiti temporali che la memoria tramandata sorpassa e vince, sia ai limiti dello spazio fisico (che terrebbero la memoria imprigionata se questa non venisse trasmessa) sia ai limiti dell'esperienza soggettiva di colui che, possedendo una conoscenza, la partecipa ad altri mediante la trasmissione.

Ma trans-dare indica anche la consegna trans-personale di un dato culturale (in senso lato), che esiste anteriormente a colui che lo riceve e che questi apprende per la prima volta da chi lo istruisce per poi, a sua volta, trasmetterlo. Il trasmettere indica forzatamente un ricevere e un dare.

La trasmissione in senso etico-religioso riguarda, come si e visto negli esempi citati, il mos maiorum che indica la “volontà divenuta norma di condotta presso gli antenati”. Mos è anche "condotta”, “comportamento etico”, “stile di vita”, e “volontà divenuta precetto, regola di comportamento". Il mos maiorum, che è oggetto di trasmissione, non riguarda soltanto l'universo etico e giuridico ma anche - e soprattutto - l'universo religioso dal quale prende vita e sul quale si fondano, nell'epoca arcaica, e l'etica e il diritto. Mai come nel campo religioso Roma resta fedele, nelle istituzioni e nei riti della religione tradizionale al mos maiorum, a tal punto da conservare integralmente nei carmina rituali le forme e le espressioni della lingua arcaica pur quando queste risultavano ormai di difficile comprensione agli stessi sacerdoti.

Poiché, all'origine, il mos era l'insieme dei comportamenti etico-religiosi che abbracciavano il campo del diritto pubblico e privato, le istituzioni familiari e sociali, il diritto militare e, prima di tutto, lo svolgimento statale e privato dei riti religiosi, è normale che la trasmissione del mos riguardasse proprio i principi e i precetti sui quali il mos si fondava, nonché il valore etico della pietas verso gli dèi sulla quale si fondavano tutte le altre virtù del cittadino romano. La traditio morum possedeva, a Roma, valore normativo e rivestiva una funzione di primaria importanza in quanto Roma riponeva la sua identità “romana" proprio nel mos maiorum

La Chiesa dichiara che la verità divina sarà custodita intatta grazie all'assistenza divina. - Forte della promessa di Cristo di essere con lei sino alla fine del mondo, fin da principio la Chiesa fa assegnamento su di Lui per conservare intatta la rivelazione. Essa dice che esisterà sempre e che col suo magistero infallibile manterrà sempre la dottrina rivelata; dice che il suo magistero sarà esercitato attraverso i Papi e i concili ecumenici in unione col Papa, quindi attraverso una successione di uomini diversi per età, paese, interessi umani, carattere, sapere, virtù. Questo significa dire che una successione indefinita (che, umanamente parlando, nulla potrebbe assicurare) di esseri mobili, fluttuanti al soffio di tutti i venti, àoh, considerando la cosa da un punto di vista umano, proprio l'inconsistenza dovrà garantire la consistenza e la perpetuità della dottrina. Ma questi uomini non saranno abbandonati a se stessi; Dio li assisterà fino alla fine, e fino alla fine l'azione di Dio li premunirà dall'errore. Ecco quanto afferma la Chiesa in modo chiaro e preciso.

Questa dottrina tanto complessa deve restare identica a se stessa attraverso i costanti progressi che sono la legge d'ogni vita.

Per mantenerla tale, vi saranno i vescovi e, sopra tutti, i papi; vescovi e papi diversissimi in virtù, carattere, età, nazionalità, e dovranno esserci fino alla fine dei secoli; papi, e vescovi uniti ai papi, che non devono mai ingannarsi, mentre gli uomini s'ingannano cosi spesso; papi che siano d'accordo tra loro nei secoli, mentre un uomo è così raramente d'accordo con se stesso, nel corso della sua vita. Bisogna che essi abbiano ragione in anticipo contro idee che non esistono ancora, contro obiezioni nascoste nel mistero dell'avvenire.

Questa dottrina non resta chiusa in un ambiente ristretto, in un gruppo chiuso a ogni azione esteriore. Non è stata posta sotto la custodia dell'ignoranza, né al riparo contro la discussione, né imbalsamata immobile nel morto passato; ma è stata mescolata a tutti i movimenti del mondo, è stata il grande fermento della storia, è stata esposta, in mezzo ai popoli più colti della terra, a tutti i flutti d'idee, a tutte le collere delle passioni, a tutti gli assalti della forza brutale.

Nessuna dottrina puramente umana potrebbe resistere a simili scosse dal di dentro e dal di fuori. Invece la Chiesa ha resistito! Non uno dei suoi dommi s'è mosso, non un iota è scomparso. Invece di frustarsi, il suo corpo di dottrine s'è arricchito e riuscì a vivere nonostante tante cause di morte; immutabile senza mummificarsi, in costante progresso senz'alterazione di sorta. È l'avveramento d'una parola, che può essere solo d'un Dio, detta agli apostoli (Mt., 28, 18-20): "A me fu dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque, e ammaestrate tutte le genti... Ed ecco, io son con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo ".

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection, nel web nell’ottimo Apologetica Cattolica


T R A D I Z I O N E
amarelachiesa.blog
propone un itinerario per comprendere in modo semplice e didattico una serie di articoli sugli argomenti che caratterizzano questa antologia cattolica.
Tradizione e Magistero trovano pertanto il principale posto di edificazione, dando per scontato il dato di fede cui il credente personalmente è responsabile.
Come al solito, al lettore l'approfondimento del tema.


Ufficio Catechistico Nazionale

Incontro alla Bibbia


Breve introduzione alla Sacra Scrittura per il cammino catechistico degli adulti - Roma - 1996


881 Affinché poi il Vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella chiesa, gli apostoli lasciarono come successori i vescovi, "affidando loro il proprio compito di magistero". Questa sacra tradizione dunque e la sacra Scrittura dell'uno e dell'altro Testamento sono come uno specchio nel quale la chiesa pellegrinando sulla terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché sarà condotta a vederlo faccia a faccia così com'egli è (cf. 1Gv 3,2).


La sacra tradizione


882
8. Pertanto la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva essere conservata con una successione continua fino alla fine dei tempi. Gli apostoli perciò, trasmettendo ciò che essi stessi ricevettero, ammoniscono i fedeli a mantenere le tradizioni che avevano appreso sia a voce sia per lettera (cf. 2Ts 2,15) e a combattere per la fede ad essi trasmessa una volta per tutte (cf. Gd 3).
Ciò che fu trasmesso dagli apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa e all'incremento della fede del popolo di Dio. Così la chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, conserva ininterrottamente e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede.


883
Questa tradizione, che trae origine dagli apostoli, progredisce nella chiesa sotto l'assistenza dello Spirito Santo; cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti, che le meditano in cuor loro (cf. Lc 2,19 e 51), sia con l'intelligenza attinta dall'esperienza profonda delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro che, con la successione episcopale, hanno ricevuto un carisma certo di verità. La chiesa, in altre parole, nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio.


884
Le asserzioni dei santi padri attestano la vivificante presenza di questa tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella prassi e nella vita della chiesa che crede e che prega. E' per mezzo di questa tradizione che la chiesa conosce l'intero canone dei libri sacri e che le stesse sacre scritture sono comprese più compiutamente e rese continuamente operanti. Così quel Dio, che ha parlato in passato, non cessa di parlare con la sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella chiesa e per mezzo di essa nel mondo, guida i credenti alla verità tutta intera e in essi fa dimorare abbondantemente la parola di Cristo (cf. Col 3,16).



Mutua relazione tra la tradizione e la sacra Scrittura


885
9. La sacra tradizione e la sacra Scrittura sono dunque strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano in un certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la sacra Scrittura è parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l'ispirazione dello Spirito Santo; invece la sacra tradizione trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola sacra Scrittura. Perciò l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza.



Relazione della tradizione e della Scrittura con tutta la chiesa e col magistero


886
10. La sacra tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla chiesa. Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi pastori, persevera costantemente nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle orazioni (cf. At 2,42 gr.), in modo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, si stabilisca una singolare unità di spirito tra vescovi e fedeli.


887
La funzione d'interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, è stata affidata però al solo magistero vivo della chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Questo magistero però non è al di sopra della parola di Dio, ma è al suo servizio, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, nella misura in cui, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio.


888
E' chiaro dunque che la sacra tradizione, la sacra Scrittura e il magistero della chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non poter sussistere indipendentemente l'uno dall'altro e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l'azione del medesimo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime.


La chiesa venera la sacra Scrittura


904
21. La chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore, non tralasciando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita prendendolo dalla mensa sia della parola di Dio sia del corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra tradizione, la chiesa ha sempre considerato le divine Scritture e le considera come la regola suprema della propria fede; esse infatti, essendo ispirate da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare, nelle parole dei profeti e degli apostoli, la voce dello Spirito Santo. E' necessario, dunque, che tutta la predicazione ecclesiastica, come la stessa religione cristiana, sia nutrita e diretta dalla sacra Scrittura. Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli con molta amorevolezza viene incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro; grande efficacia e potenza, da costituire per la chiesa sostegno e vigore, e per i figli della chiesa saldezza della fede, cibo dell'anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale. Perciò si applicano in modo eccellente alla sacra Scrittura le affermazioni: "La parola di Dio è viva ed efficace" (Eb 4,12), "ha il potere di edificare e di concedere l'eredità con tutti i santificati" (At 20,32; cf. 1Ts 2,13).

28 nov 2007


Cosa significa essere laico impegnato nella Chiesa?
Il Magistero offre buon materiale di studio per la preparazione cattolica e culturale dei singoli, uomini e donne.
Avere consapevolezza del nostro compito di missione e apostolato nella società e negli ambienti in cui viviamo può essere utile a dare una testimonianza che, ad iniziare dal nostro comportamento, dalle nostre parole, può essere una edificante testimonianza.
Il Santo Padre Giovanni Paolo II in un suo discorso del 1989 tra l'altro così si esprimeva:

"Le persone sono profondamente segnate dal loro ambiente, dalle mentalità che le circondano, dalle condizioni di vita, dalle istituzioni. L’apostolato deve quindi cercare di introdurre la novità del Vangelo nelle mentalità e nelle strutture sociali per permettere la felicità e il progresso morale e spirituale dell’uomo e della comunità. È un dovere urgente nel momento in cui la società rischia di degradarsi. E se un apostolato di questo tipo è collettivo, diventa più efficace e testimonia meglio il mistero della Chiesa che è comunione (cf. Christifideles Laici, 29)."

L'intervista del 28 novembre al Cardinal Bagnasco, ove egli ricorda che:
..."Il ruolo dei laici nella vita della Chiesa in Italia, è un ruolo di grande rilievo e di grande responsabilità ma che deriva, sia ben chiaro questo concetto, non tanto, o non solo dalla carenza delle vocazioni sacerdotali. Anzi io ritengo quest'affermazione certamente strumentale e fuorviante dalla realtà.
L'auspicio è che la partecipazione dei laici sia sempre più intensa ma anche ben motivata e sostenuta da una forte vita spirituale e da una buona preparazione culturale..."
fonte Osservatore Romano del 28 novembre 2007

Per iniziare a conoscere.

Il termine “laico/laicità” deriva dal sostantivo greco laós, “popolo”.

La lingua greca distingueva, all’interno di un popolo, una categoria dai suoi capi, in analogia al cittadino che si distingueva dal complesso
di persone che esercitano un potere legittimo. Il primo uso cristiano sembra dovuto a Clemente Romano che, attorno al 96 dopo Cristo, rivolgendosi alla comunità di Corinto adopera il termine
per indicare colui che, pur facendo parte della comunità a pieno titolo, si trova nella condizione

cristiana comune ed è distinto da quanti hanno specifiche responsabilità.

Successivamente il termine si diffuse gradualmente (da cui il
latino
laicus), indicando ormai il cristiano non appartenente al clero.

Con il nome di “laici” si intendono i fedeli, con esclusione di quanti
appartengono all’ordine sacro e allo stato religioso, che grazie al Battesimo sono costituiti in popolo di Dio e per la loro parte compiono la missione propria di tutto il
popolo cristiano. Prima di ogni distinzione viene quindi sottolineata

l’unità dei membri della Chiesa, uguali quanto all’origine, al fine,
alla grazia, alla dignità, alla vocazione e resi partecipi del compito sacerdotale, regale e profetico di Cristo.

Il laico possiede quindi “un’indolesecolare”: posto dal cuore della Chiesa nel cuore del mondo per la sua santificazione, egli ne fa l’ambito e il mezzo della propria vocazione cristiana. Il fatto di “essere nel mondo” in modo più specifico, delimita lo spazio primario per la testimonianza di un laico, che egli è tenuto a prestare responsabilmente in conformità dell’autonomia che è propria della sfera secolare in cui opera (ad esempio: la scuola, la salute, lo sport, il lavoro) e in comunione con quanti presiedono nella Chiesa.

I laici, quindi, perfezionano loro stessi attraverso una spiritualità
di incarnazione e di inserimento nel mondo.

VOCAZIONE E MISSIONE DEI LAICI NELLA CHIESA E NEL MONDO

(una breve parte del Documento della Chiesa)

Educatrice è, anzitutto, la chiesa universale , nella quale il papa svolge il ruolo di primo formatore dei fedeli laici. A lui, come successore di Pietro, spetta il ministero di "confermare nella fede i fratelli", insegnando a tutti i credenti i contenuti essenziali della vocazione e missione cristiana ed ecclesiale. Non solo la sua parola diretta, ma anche la sua parola veicolata dai documenti dei vari dicasteri della Santa Sede chiede l'ascolto docile e amoroso dei fedeli laici.

La chiesa una e universale è presente nelle varie parti del mondo nelle chiese particolari. In ognuna di esse il vescovo ha una responsabilità personale nei riguardi dei fedeli laici, che deve formare mediante l'annuncio della Parola, la celebrazione dell'eucaristia e dei sacramenti, l'animazione e la guida della loro vita cristiana.

Entro la chiesa particolare o diocesi si situa ed opera la parrocchia , la quale ha un compito essenziale per la formazione più immediata e personale dei fedeli laici. Infatti, in un rapporto che può raggiungere più facilmente le singole persone e i singoli gruppi, la parrocchia è chiamata a educare i suoi membri all'ascolto della Parola, al dialogo liturgico e personale con Dio, alla vita di carità fraterna, facendo percepire in modo più diretto e concreto il senso della comunione ecclesiale e della responsabilità missionaria.

Il Santo Padre Benedetto XVI nell'Angelus del 13 novembre 2005:

Per i laici, inoltre, sono di grande importanza la competenza professionale, il senso della famiglia, il senso civico e le virtù sociali. Se è vero che essi sono chiamati individualmente a rendere la loro testimonianza personale, particolarmente preziosa là dove la libertà della Chiesa incontra impedimenti, tuttavia il Concilio insiste sull'importanza dell'apostolato organizzato, necessario per incidere sulla mentalità generale, sulle condizioni sociali e sulle istituzioni (cfr ivi, 18). A questo proposito, i Padri hanno incoraggiato le molteplici associazioni dei laici, insistendo pure sulla loro formazione all'apostolato. Al tema della vocazione e missione dei laici l'amato Papa Giovanni Paolo II ha voluto dedicare l'Assemblea sinodale del 1987, dopo la quale è stata pubblicata l'Esortazione apostolica Christifideles laici.

Potete consultare nel web i testi integrali.

27 nov 2007

E' ancora attuale questa ricerca?
Leggetela e fate la vostra riflessione. Articolo apparso su Famiglia Cristiana del 1998. L'articolo sul sito del settimanale è corredato di alcune interessanti tabelle.

GIOVANI E FEDE

L'ORIZZONTE DA RITROVARE

di ALBERTO BOBBIO

Intelligenti, immature, spesso spaesate sono le ultime generazioni, che la Chiesa si affanna a capire. Duecento vescovi hanno cercato di decifrare questo pianeta in gran parte sconosciuto e «attraversato da un vento gelido». Per progettare, in mezzo a tante incognite, un futuro di speranza.

Problema o risorsa? Ragazzi da giudicare o semplicemente da amare? I vescovi italiani studiano i giovani per intuire l’uomo futuro che la Chiesa dovrà saper accompagnare. Studiano un orizzonte che un po’ sfugge e si scoprono con il fiato grosso. «Sì, siamo in affanno, più maestri che mamme e papà», ammette l’arcivescovo di Vercelli Enrico Masseroni. Da mesi molti vescovi chiedevano una riflessione: come dobbiamo fare per camminare nella vita dei giovani, per andare con loro verso Dio? E, prima di tutto, chi sono, cosa pensano? Potremo mai conoscerli a fondo? Così a Collevalenza, la Conferenza episcopale italiana ha messo in campo gli uomini migliori: Alberto Ablondi, vescovo di Livorno, l’unico ad aver organizzato un Sinodo dei giovani e non per i giovani; il professor Mario Pollo, docente all’Università salesiana; Enrico Masseroni, vescovo a Vercelli ma per anni, nella diocesi di Novara, uomo di pastorale giovanile e rettore del seminario.

La Cei ha inoltre invitato 25 giovani, in rappresentanza di diocesi, associazioni e movimenti, per ascoltare, ma anche per provocare, duecento vescovi. E dire, alla fine, che cosa fare concretamente. Ad Ablondi parlare di ragazzi piace. E subito indica la strada: «Non facciamoci illusioni. I giovani sono un mistero, la severa documentazione dei frutti positivi e negativi dell’ambiente. Portano in sé tutti i tempi nostri, più le novità dei loro. Sono superiori a noi, pieni di ricchezze sorprendenti e di limiti inimmaginabili. Hanno ragione quelle mamme che dicono: "Quando ti nasce un figlio non sai mai chi ti metti in casa"».

L’affanno è provocato dalla rincorsa a capirli e dalla scelta di ascoltarli: «Ma senza mettere in piedi nessuna evangelizzazione a tempo di rap», assicura Ablondi. Perché «sarebbe di nuovo un errore», spiega Masseroni, «solo moderno paternalismo. Non dobbiamo chiedere ai giovani di ascoltare gli adulti, ma agli adulti di ascoltare i giovani, anche nelle nostre parrocchie, dove gli adulti sembrano dormire. Anche nell’ora di religione, dove si fa catechesi o si propongono insegnamenti neutri. Chi si occupa oggi della ragione? Chi cerca di opporsi al nichilismo, al non senso, a quella sorta di vento gelido che attraversa le ultime generazioni? La vita si difende occupandosi anche della ragione, dei suoi diritti».

E la colpa di chi è? Il professor Mario Pollo non ha dubbi: «La deriva è il prodotto della cultura elaborata dagli adulti, della modernità spinta all’eccesso, dell’accelerazione esasperata». Forse oggi si può parlare di scomparsa della condizione giovanile, di una disarticolazione dei confini che segnano le età.

Nel 2020, secondo le proiezioni, i ragazzi fino a 14 anni diminuiranno del 40 per cento, le persone tra 15 e 65 del 13 per cento. Gli anziani oltre 65 anni aumenteranno del 47 per cento: ma si tratterà proprio di anziani? Pollo non scherza e comincia a mettere in fila i problemi: «Ci sono troppi adulti bambini e troppi bambini adulti. Assistiamo a una perdita di responsabilità nell’uso del linguaggio degli adulti, che sempre più usano espressioni gergali e dicono parolacce di fronte ai bambini. La voglia di sacrificarsi dei genitori per i figli è in netto calo, così come quella di progettare il futuro tenendo conto delle aspirazioni dei figli. Vedo una mancanza di progettualità, identità deboli, angosce vestite di depressioni, gratificazioni cercate attraverso il consumo eccessivo, dove solo il presente sembra avere un valore e la storia appare come un susseguirsi di presenti, non come una narrazione legata da un intreccio che ne svela il significato».

L’esperienza religiosa è finita stritolata da queste derive: «La pratica religiosa è affare di una piccola minoranza, ma la credenza in Dio è assai diffusa». E qui continuano i problemi: «Dio è un amico, uno con il quale dialogare nel segreto della cameretta. E questo fa nascere il sospetto che Dio possa essere confuso con i propri processi psichici. Manca un rapporto con la Scrittura, anche per molti praticanti. La percezione del sacro avviene solo in alcuni luoghi come Lourdes o Assisi. E in ogni chiesa il sacro è spesso sentito più intensamente quando la chiesa è vuota». Ecco che Dio è un’esperienza astratta, non collocato in alcun orizzonte: «Molti sono cristiani perché sono nati in Italia. Assistiamo ad un sincretismo latente. È diffusa l’idea che le varie religioni adorino lo stesso Dio, un Dio senza Gesù. L’esperienza religiosa giovanile tende a sradicare il cristianesimo dalla storia».

Cosa manca a questi giovani? «Un prete che stia vicino a loro con tenacia, speranza, continuità. Ma un prete che sia autenticamente formato», risponde Ablondi, che ricorda un altro sondaggio: «Solo dieci giovani su duemila conoscono un prete. Cosa dovrebbero fare i preti? Avere più fiducia in sé stessi. Troppi di loro si credono inadatti ai giovani. E molte volte si sbagliano». Ablondi poi punta il dito sulle catechesi noiose, sulle preghierine troppo serie inflitte ai bambini: «Insieme ai giovani, sono i grandi dimenticati dalla nostra Chiesa. Non mi stupirei se la crisi odierna fosse il risultato di quanto molti bambini hanno dovuto subire in chiesa o al catechismo anni fa».

La nuova pastorale giovanile deve nascere da parrocchie più accoglienti, oratori «aperti anche dopo cena», hanno chiesto nei gruppi di studio. Da «più coraggio sul terreno della disoccupazione, della violenza mafiosa». L’esempio qui è inconsueto: «Quando in un paese non si presenta nessuna lista elettorale, la chiesa locale deve costituire delle liste di giovani coraggiosi. Allora la fede trasforma il presente». Infine la politica e la scuola: «Non è facile formare i giovani all’impegno sociale e politico, perché è la stessa comunità cristiana nel suo complesso a zoppicare. E si nota scarso interesse su questo argomento, specie del clero giovane, che invece preferisce il lavoro con gruppi spirituali. Mancano educatori completi, capaci di amare Dio e servire l’uomo in pienezza. Pecchiamo di dicotomia. Il settore giovanile risente di questa fatica e di questo lungo cammino, tracciato dal Concilio, ancora da completare». Riguardo alla domanda religiosa nella scuola, dove i giovani trascorrono la maggior parte del loro tempo, è stato osservato che «la necessaria e urgente attenzione verso la scuola cattolica non deve offuscare l’impegno della Chiesa verso tutta la scuola».

Alberto Bobbio


Tratto da Famiglia Cristiana settimanale cattolico Anno LXVIII - N. 46 - 22 novembre 1998

AMARE la CHIESA: Cristianesimo.
Con eroismo, senza paura affidati alla grazia divina, per tutti: sacerdoti, religiosi e laici.
E' urgente! Ricordiamo sempre i fondamenti della fede.

Condanniamo il male e l'errore. Superiamo l'indiviadualismo.


Non scordiamoci di pregare Maria Santissima.
amarelachiesa.blog si sta impegnando nel creare una antologia ragionata di testi cattolici.
Proponiamo uno stralcio breve del discorso di papa Giovanni Paolo II ai Vescovi della Regione Marche.
Parole che nel 1991 erano adatte alla realtà, ma anche profetiche, ed ancora oggi Magistero freschissimo.
Approfondite leggendo tutto il testo sul sito della Santa Sede.

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE
DELLE MARCHE IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 6 luglio 1991

Il Cristianesimo è difficile e, per essere vissuto con fedeltà e coerenza, esige non di rado l’eroismo. Oggi, senza alcun timore e con piena fiducia nella grazia divina, bisogna predicare e praticare l’eroismo! Oggi ad un mondo spesso dimentico e disattento bisogna apertamente dichiarare che sulla terra siamo come in esilio e aspiriamo alla vera felicità, quella eterna di Dio e con Dio! Come scriveva san Paolo ai Corinzi: “Finché abitiamo nel corpo siamo in esilio, lontano dal Signore; camminiamo nella fede e non ancora in visione... Perciò ci sforziamo di essere a Lui graditi. Tutti, infatti, dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Cor 5, 6-10). Oggi, in particolare, bisogna aver fiducia nell’azione della grazia divinaMc 4, 26-29). che, come il seme della parabola, opera nel segreto delle coscienze e si sviluppa e porta frutto; come e quando, non sappiamo!

È necessario impegnarsi attivamente nella nuova evangelizzazione, di cui da tempo sottolineo l’assoluta urgenza per i cristiani del nostro tempo. Curate in modo metodico e capillare l’istruzione religiosa, il catechismo dei bambini e dei ragazzi, lo studio completo e formativo per i giovani e gli adulti. Ribadite quali sono gli immutabili fondamenti della fede: Dio, Gesù Cristo, lo Spirito vivificante e la Chiesa; solo Gesù Cristo è la verità, e solo nella grazia dello Spirito c’è la vera salvezza per il singolo e per la società.

La società moderna, in cui si diffondono a volte false idee di libertà, rischia di cader vittima della confusione ideologica, del soggettivismo etico, della mentalità edonistica e permissiva, con tutte le conseguenze tristi e violente che la cronaca quotidiana riporta, angosciata e traumatizzata. A questi mali bisogna reagire con fermezza, condannando il male e l’errore, anche perché troppo spesso gli innocenti ne restano coinvolti e travolti, ma soprattutto formando le coscienze cristiane, dando ferme convinzioni, eliminando ipotesi e teorie malsicure.

In secondo luogo, è necessario curare la formazione permanente del Clero e anche del laicato cattolico più generoso. Date le crescenti esigenze intellettuali della società moderna, con la vastità della cultura attuale e con l’emergere di tanti fenomeni spirituali e religiosi, diventa sempre più indispensabile l’impegno per una tale formazione, seguendo un metodo graduale e costruttivo, studiando bene i problemi che di continuo si affacciano e proponendo soluzioni sicure e convincenti. Occorre controllare ciò che si dice e ciò che si stampa, non certo per motivi inquisitoriali o repressivi, ma unicamente per formare alla verità, che sola dà luce, conforto, serenità, forza interiore, coraggio nell’impresa dell’evangelizzazione, della conversione e della santificazione delle anime.

Finalmente, è necessario superare il senso dell’individualismo e coltivare il coordinamento, per promuovere l’unità sia in campo sociale per il bene della Regione, sia in campo religioso per instaurare la vera comunione tra i credenti. Sempre nella storia della Chiesa, ma specialmente nella nostra epoca è necessario restare uniti nella lotta contro il male e l’errore.

Carissimi Confratelli! Il Signore vi chiama ad un lavoro sempre più intenso e coraggioso! Invocate Maria Santissima! Pregatela e fatela pregare dai fedeli, a voi affidati!

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

Da www.vatican.va il sito Ufficiale della Santa Sede


amarelachiesa.blog in sintonia con i tanti Blog cattolici non sbaglia quando mette in guardia dai continui attacchi alla Santa Chiesa Cattolica e di rimando a noi popolo di fedeli.
Ovviamente troviamo grande cibo ed armi di difesa per nutrire la nostra fede personale nel Magistero e dei Sacramenti cristiani, primo fra tutti la Santissima Eucaristia offerta nel sacrificio della Santa Messa!

Bagnasco, gli attacchi alla Chiesa non ci indeboliscono


Il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, in un'intervista all'Osservatore Romano, ha sottolineando come i media atttacchino sempre più il Vaticano, ma che tuttavia non potranno scalfire la fiducia degli italiani nella Chiesa.

"Il configurarsi della Chiesa Italiana come Chiesa popolare evidentemente dà molto fastidio a qualcuno, anzi a diversi soggetti", e questo di fatto spiega "gli attacchi sistematici portati attraverso i media, nel contesto di una strategia denigratoria contro la Chiesa".

"A livello mediatico - denuncia - è ricorrente una certa posizione critica, spesso addirittura polemica, se non ironica verso la Chiesa, verso il suo magistero, innanzitutto quello del Papa, e poi quello dei vescovi. Ma questo non esaurisce assolutamente la realtà del rapporto tra la Chiesa e l'Italia: vi è infatti - sottolinea il neo cardinale di Genova - un livello preminentemente popolare, che forse non fa notizia e dunque non finisce sui giornali ma nel quale le cose appaiono ben diverse da quelle rappresentate".

Dovete leggere l'articolo completo su www.loccidentale.it quotidiano on-line di indubbio interesse.
amarelachiesa.blog vuole continuare a portare l'attenzione sulla necessità di mantenere vivo nel cattolico praticante il dovuto riguardo per il Magistero e la Tradizione che reggono la Santa Chiesa Cattolica ed Apostolica sotto la guida infallibile del Santo Padre.
Ecco il Motu Proprio di papa Giovanni Paolo II per difendere la Santa Chiesa Cattolica contro gli errori. Il Magistero è sempre e nella sua interezza, valido sussidio e arma per combattere contro i denigratori.
Approfondimenti sul web nel sito della Santa Sede e nei migliori siti cattolici.


PAPA GIOVANNI PAOLO II

Lettera Apostolica data Motu Proprio

AD TUENDAM FIDEM

con la quale vengono inserite alcune norme
nel Codice di Diritto Canonico
e nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali

PER DIFENDERE LA FEDE della Chiesa Cattolica contro gli errori che insorgono da parte di alcuni fedeli, soprattutto di quelli che si dedicano di proposito alle discipline della sacra teologia, è sembrato assolutamente necessario a Noi, il cui compito precipuo è confermare i fratelli nella fede (cf Lc 22, 32), che nei testi vigenti del Codice di Diritto Canonico e del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali vengano aggiunte norme con le quali espressamente sia imposto il dovere di osservare le verità proposte in modo definitivo dal Magistero della Chiesa, facendo anche menzione delle sanzioni canoniche riguardanti la stessa materia.

1. Fin dai primi secoli sino al giorno d'oggi la Chiesa professa le verità sulla fede di Cristo e sul mistero della Sua redenzione, che successivamente sono state raccolte nei Simboli della fede; oggi infatti esse vengono comunemente conosciute e proclamate dai fedeli nella celebrazione solenne e festiva delle Messe come Simbolo degli Apostoli oppure Simbolo Niceno-Costantinopolitano.

Lo stesso Simbolo Niceno-Costantinopolitano è contenuto nella Professione di fede, ultimamente elaborata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede(1), che in modo speciale viene imposta a determinati fedeli da emettere quando questi assumono un ufficio relativo direttamente o indirettamente alla più profonda ricerca nell’ambito delle verità circa la fede e i costumi oppure legato a una potestà peculiare nel governo della Chiesa(2).

2. La Professione di fede, preceduta debitamente dal Simbolo Niceno-Costantinopolitano, ha inoltre tre proposizioni o commi che intendono esplicare le verità della fede cattolica che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo che Le «insegnerà tutta la verità» (Gv 16, 13), nel corso dei secoli ha scrutato o dovrà scrutare più profondamente(3).

Il primo comma che enuncia: «Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato»(4), convenientemente afferma e ha il suo disposto nella legislazione universale della Chiesa nei cann. 750 del Codice di Diritto Canonico(5) e 598 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali(6).

Il terzo comma che dice: «Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell'intelletto alle dottrine che il Romano Pontefice o il Collegio dei Vescovi propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarle con atto definitivo»(7), trova il suo posto nei cann. 752 del Codice di Diritto Canonico(8) e 599 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali(9).

3. Tuttavia, il secondo comma in cui si afferma: «Fermamente accolgo e ritengo anche tutte e singole le verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi proposte dalla Chiesa in modo definitivo»(10), non ha alcun canone corrispondente nei Codici della Chiesa Cattolica. È di massima importanza questo comma della Professione di fede, dal momento che indica le verità necessariamente connesse con la divina rivelazione. Queste verità, che nell’esplorazione della dottrina cattolica esprimono una particolare ispirazione dello Spirito di Dio per la comprensione più profonda della Chiesa di una qualche verità che riguarda la fede o i costumi, sono connesse sia per ragioni storiche sia come logica conseguenza.

4. Spinti perciò da detta necessità abbiamo opportunamente deliberato di colmare questa lacuna della legge universale nel modo seguente:

A) Il can. 750 del Codice di Diritto Canonico d’ora in poi avrà due paragrafi, il primo dei quali consisterà del testo del canone vigente e il secondo presenterà un testo nuovo, cosicché nell’insieme il can. 750 suonerà:

Can. 750 - § 1. Per fede divina e cattolica sono da credere tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata, vale a dire nell'unico deposito della fede affidato alla Chiesa, e che insieme sono proposte come divinamente rivelate, sia dal magistero solenne della Chiesa, sia dal suo magistero ordinario e universale, ossia quello che è manifestato dalla comune adesione dei fedeli sotto la guida del sacro magistero; di conseguenza tutti sono tenuti a evitare qualsiasi dottrina ad esse contraria.

§ 2. Si devono pure fermamente accogliere e ritenere anche tutte e singole le cose che vengono proposte definitivamente dal magistero della Chiesa circa la fede e i costumi, quelle cioè che sono richieste per custodire santamente ed esporre fedelmente lo stesso deposito della fede; si oppone dunque alla dottrina della Chiesa cattolica chi rifiuta le medesime proposizioni da tenersi definitivamente.

Nel can. 1371, n. 1 del Codice di Diritto Canonico sia congruentemente aggiunta la citazione del can. 750 § 2, cosicché lo stesso can. 1371 d’ora in poi nell’insieme suonerà:

Can. 1371 - Sia punito con una giusta pena:

1) chi oltre al caso di cui nel can. 1364 § 1, insegna una dottrina condannata dal Romano Pontefice o dal Concilio Ecumenico oppure respinge pertinacemente la dottrina di cui nel can. 750 § 2 o nel can. 752, ed ammonito dalla Sede Apostolica o dall'Ordinario non ritratta;

2) chi in altro modo non obbedisce alla Sede Apostolica, all'Ordinario o al Superiore che legittimamente gli comanda o gli proibisce, e dopo l'ammonizione persiste nella sua disobbedienza.

B) Il can. 598 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali d’ora in poi avrà due paragrafi, dei quali il primo consisterà del testo del canone vigente e il secondo presenterà un testo nuovo, cosicché nell’insieme il can. 598 suonerà:

Can. 598 - § 1. Per fede divina e cattolica sono da credere tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata cioè nell'unico deposito della fede affidato alla Chiesa, e che insieme sono proposte come divinamente rivelate sia dal magistero solenne della Chiesa, sia dal suo magistero ordinario e universale, ossia quello che è manifestato dalla comune adesione dei fedeli sotto la guida del sacro magistero; di conseguenza tutti i fedeli curino di evitare qualsiasi dottrina che ad esse non corrisponda.

§ 2. Si devono pure fermamente accogliere e ritenere anche tutte e singole le cose che vengono proposte definitivamente dal magistero della Chiesa circa la fede e i costumi, quelle cioè che sono richieste per custodire santamente ed esporre fedelmente lo stesso deposito della fede; si oppone dunque alla dottrina della Chiesa cattolica chi rifiuta le medesime proposizioni da tenersi definitivamente.

Nel can. 1436 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali si aggiungano convenientemente le parole che si riferiscono al can. 598 § 2, cosicché nell’insieme il can. 1436 suonerà:

Can. 1436 - § 1. Colui che nega una verità da credere per fede divina e cattolica o la mette in dubbio oppure ripudia totalmente la fede cristiana e legittimamente ammonito non si ravvede, sia punito come eretico o come apostata con la scomunica maggiore; il chierico può essere punito inoltre con altre pene, non esclusa la deposizione.

§ 2. All'infuori di questi casi, colui che sostiene una dottrina proposta da tenersi definitivamente o condannata come erronea dal Romano Pontefice o dal Collegio dei Vescovi nell'esercizio del magistero autentico e legittimamente ammonito non si ravvede, sia punito con una pena adeguata.

5. Ordiniamo che sia valido e ratificato tutto ciò che Noi con la presente Lettera Apostolica data Motu Proprio abbiamo decretato e prescriviamo che sia inserito nella legislazione universale della Chiesa Cattolica, rispettivamente nel Codice di Diritto Canonico e nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali così come è stato sopra dimostrato, nonostante qualunque cosa in contrario.

Roma, presso san Pietro, 18 maggio 1998, anno ventesimo del Nostro Pontificato.

_______

(1) Congregatio pro Doctrina Fidei, Professio Fidei et Iusiurandum fidelitatis in suscipiendo officio nomine Ecclesiae exercendo, 9 Ianuarii 1989, in AAS 81 (1989) 105.

(2) Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 833.

(3) Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 747 § 1; Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, can. 595 § 1.

(4) Cf. Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, Constitutio dogmatica Lumen Gentium, De Ecclesia, n. 25, 21 Novembris 1964, in AAS 57 (1965) 29-31; Constitutio dogmatica Dei Verbum, De divina Revelatione, 18 Novembris 1965, n. 5, in AAS 58 (1966) 819; Congregatio pro Doctrina Fidei, Instructio Donum veritatis, De ecclesiali theologi vocatione, 24 Maii 1990, n. 15, in AAS 82 (1990) 1556.

(5) Codice di Diritto Canonico, can. 750 - Per fede divina e cattolica sono da credere tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata, vale a dire nell'unico deposito della fede affidato alla Chiesa, e che insieme sono proposte come divinamente rivelate, sia dal magistero solenne della Chiesa, sia dal suo magistero ordinario e universale, ossia quello che è manifestato dalla comune adesione dei fedeli sotto la guida del sacro magistero; di conseguenza tutti sono tenuti a evitare qualsiasi dottrina ad esse contraria.

(6) Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, can. 598 - Per fede divina e cattolica sono da credere tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata cioè nell'unico deposito della fede affidato alla Chiesa, e che insieme sono proposte come divinamente rivelate sia dal magistero solenne della Chiesa, sia dal suo magistero ordinario e universale, ossia quello che è manifestato dalla comune adesione dei fedeli sotto la guida del sacro magistero; di conseguenza tutti i fedeli curino di evitare qualsiasi dottrina che ad esse non corrisponda.

(7) Cf. Congregatio pro Doctrina Fidei, Instructio Donum veritatis, De ecclesiali theologi vocatione, 24 Maii 1990, n. 15, in AAS 82 (1990) 1557.

(8) Codice di Diritto Canonico, can. 752 - Non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio dell'intelletto e della volontà deve essere prestato alla dottrina, che sia il Sommo Pontefice sia il Collegio dei Vescovi enunciano circa la fede e i costumi, esercitando il magistero autentico, anche se non intendono proclamarla con atto definitivo; i fedeli perciò procurino di evitare quello che con essa non concorda.

(9) Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, can. 599 - Non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio di intelletto e di volontà deve essere prestato alla dottrina circa la fede e i costumi che, sia il Romano Pontefice, sia il Collegio dei Vescovi enunciano, esercitando il magistero autentico, anche se non intendono proclamarla con atto definitivo; di conseguenza i fedeli curino di evitare qualsiasi dottrina che ad essa non corrisponda.

(10) Cf. Congregatio pro Doctrina Fidei, Instructio Donum veritatis, De ecclesiali theologi vocatione, 24 Maii 1990, n. 15, in AAS 82 (1990) 1557.

Roma, presso san Pietro, 18 maggio 1998, anno ventesimo del Pontificato.

26 nov 2007

amarelachiesa.blog è una raccolta antologica di testi cattolici utili alla riflessione ed al nutrimento del singolo credente, per questo abbiamo creduto di proporre la Solenne Professione di Fede sul Credo del Popolo di Dio fatta da papa Paolo VI.
Come ogni atto del Magistero Petrino è di una freschezza e di una profondità da essere vero cibo per la nostra anima e la nostra fede, come al solito potete approfondire al sito della Santa Sede.


PAOLO VI

CREDO DEL POPOLO DI DIO

SOLENNE PROFESSIONE DI FEDE

Pronunciata dal Papa Paolo VI davanti alla Basilica di San Pietro il 30 giugno 1968 alla chiusura dell'Anno della fede e nel diciannovesimo del martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo.


........Noi siamo coscienti dell'inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all'influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell'adempimento dell'indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire - come purtroppo oggi spesso avviene - ingenerare turbamento e perplessità in molte anime fedeli.........

PROFESSIONE DI FEDE

8. Νοi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, Creatore delle cose visibili, come questo mondo ove trascorre la nostra vita fuggevole, delle cose invisibili quali sono i puri spiriti, chiamati altresì angeli (Cf CONC. VAT. I, Cost. dogm. Dei Filius: Dz.-Sch. 3002), e Creatore in ciascun uomo dell'anima spirituale e immortale (Cf Encicl. Humani Generis, AAS 42 (1950), p. 575; CONC. LATERAN. V, Dz. Sch. 1440-1441).

9. Νοi crediamo che questo unico Dio è assolutamente uno nella sua essenza infinitamente santa come in tutte le sue perfezioni: nella sua onnipotenza, nella sua scienza infinita, nella sua provvidenza, nella sua volontà e nel suo amore. Egli è Colui che è, com'egli stesso ha rivelato a Mosè (Cf Es 3,14); e egli è Amore, come ci insegna l'Apostolo Giovanni (Cf 1 Gv 4, 8): cosicché questi due nomi, Essere e Amore, esprimono ineffabilmente la stessa realtà divina di colui, che ha voluto darsi a conoscere a noi, e che abitando in una luce inaccessibile (Cf 1 Tm 6, 16) è in se stesso al di sopra di ogni nome, di tutte le cose e di ogni intelligenza creata. Dio solo può darci la conoscenza giusta e piena di se stesso, rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo, alla cui eterna vita nοi siamo chiamati per grazia di lui a partecipare, quaggiù nell'oscurità della fede e, oltre la morte, nella luce perpetua, l'eterna vita. I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le Tre Persone, le quali sono ciascuna l'unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente al di là di tutto ciò che nοi possiamo concepire secondo l'umana misura (Cf CONC. VAT. I, Cost. dogm. Dei Filius: Dz.-Sch. 3016). Intanto rendiamo grazie alla bontà divina per il fatto che moltissimi credenti possono attestare con nοi, davanti agli uomini, l'Unità di Dio, pur non conoscendo il mistero della Santissima Trinità.

10. Νοi dunque crediamo al Padre che genera eternamente il Figlio; al Figlio, Verbo di Dio, che è eternamente generato; allo Spirito Santo, Persona increata che procede dal Padre e dal Figlio come loro eterno Amore. In tal modo, nelle tre Persone divine, coeterne e coeguali (Symbolum Quicumque: Dz.-Sch. 75), sovrabbondano e si consumano, nella sovreccellenza e nella gloria proprie dell'Essere increato, la vita e la beatitudine di Dio perfettamente uno; e sempre deve essere venerata l'Unità nella Trinità e la Trinità nell'Unità (Ibid.).

11. Noi crediamo in nostro signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri; e per mezzo di lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l'umanità (Ibid., n. 76), ed egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature, ma per l'unità della persona (Ibid.).

12. Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri cοm'egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo sangue redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risorto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Risurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all'Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all'ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto. E il suo Regno non avrà fine.

13. Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dona la vita; che è adorato e glorificato col Padre e col Figlio. Egli ci ha parlato per mezzo dei Profeti, ci è stato inviato da Cristo dopo la sua Risurrezione e la sua Ascensione al Padre; egli illumina, vivifica, protegge e guida la Chiesa, ne purifica i membri, purché non si sottraggano alla sua grazia. La sua azione, che penetra nell'intimo dell'anima, rende l'uomo capace di rispondere all'invito di Gesù: Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste (Cf Mt 5, 48).

14. Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre Vergine, del Verbo Incarnato, nostro Dio e Salvatore Gesù Cristο (Cf CONC. DI EFESO: Dz.-Sch. 251-252), e che, a motivo di questa singolare elezione, essa, in considerazione dei meriti di suo Figlio, è stata redenta in modo più eminente (Cf CONG. VAT. II, Cost. dogm.Lumen gentium, n. 53), preservata da ogni macchia del peccato originale (Cf Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus, Acta, parte I, vol. I, 616) e colmata del dono della grazia più che tutte le altre creature (Cf Lumen gentium, n. 53).

15. Associata ai misteri della Incarnazione e della Redenzione con un vincolo stretto e indissolubile (Cf Ibid., nn. 53, 58, 61), la Vergine Santissima, l'Immacolata, al termine della sua vita terrena è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste (Cf Cost. ap. Munificentissimus Deus: AAS 42 (1950), p. 770) e configurata a suo Figlio risorto, anticipando la sorte futura di tutti i giusti; e noi crediamo che la Madre Santissima di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa (Cf Lumen gentium, nn. 53, 56, 61, 63; PAOLO VI, Discorso per la chiusura del terzo periodo del Concilio Vaticano II: AAS 56 (1964), p. 1016; Esort. Ap.Signum Magnum: AAS 59 (1967), p. 465 e 467), continua in cielo il suo ufficio materno riguardo ai membri di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti (Cf Lumen gentium, n. 62; PAOLO VI, Esort. Ap. Signum Magnum: AAS 59 (1967), p. 468).

16. Νοi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all'inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l'uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Νοi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, non per imitazione, ma per propagazione, e che esso è proprio a ciascuno (Cf CONC. DI TRENTO, Sess. V, Decr. De pecc. orig.: Dz.-Sch. 1513).

17. Νοi crediamo che Nostro Signor Gesù Cristo mediante il Sacrificio della Croce ci ha riscattati dal peccato originale e da tutti i peccati personali commessi da ciascuno di noi, in maniera tale che, secondo la parola dell'Apostolo, là dove aveva abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Rm 5, 20).

18. Noi crediamo in un solo battesimo, istituito da Nostro Signor Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Il battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che nοn hanno ancor potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano dall'acqua e dallo Spirito santo alla vita divina in Gesù Cristo (Cf CONC. Dl TRENTO, ibid.: Dz.-Sch. 1514).

19. Νοi crediamo nella Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, edificata da Gesù Cristo sopra questa pietra, che è Pietro. Essa è il Corpo mistico di Cristo, insieme società visibile, costituita di organi gerarchici, e comunità spirituale; essa è la Chiesa terrestre, Popolo di Dio pellegrinante quaggiù, e la Chiesa ricolma dei beni celesti; essa è il germe e la primizia del Regno di Dio, per mezzo del quale continuano, nella trama della storia umana, l'opera e i dolori della Redenzione, e che aspira al suo compimento perfetto al di là del tempo, nella gloria (Cf Lumen gentium, nn. 8 e 5). Nel corso del tempo, il Signore Gesù forma la sua Chiesa mediante i Sacramenti, che emanano dalla sua pienezza (Cf Ibid., nn. 7, 11). E con essi che la Chiesa rende i propri membri partecipi del mistero della Morte e della Risurrezione di Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, che le dona vita e azione (Cf CONC. VAT. II, Cost. Sacrosanctum Concilium nn. 5, 6; Lumen gentium, nn. 7, 12, 50). Essa è dunque santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l'irradiazione della Sua Santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui ha il potere di guarire i suoi figli con il Sangue di Cristo ed il dono dello Spirito Santo.

20. Erede delle promesse divine e figlia di Abramo secondo lo Spirito, per mezzo di quell'Israele di cui custodisce con amore le sacre Scritture e venera i Patriarchi e i Profeti; fondata sugli Apostoli e trasmettitrice, di secolo in secolo, della loro parola sempre viva e dei loro poteri di Pastori nel Successore di Pietro e nei Vescovi in comunione con lui; costantemente assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù. Noi crediamo tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelata sia con un giudizio solenne, sia con il magistero ordinarlo e universale (Cf CONC. VAT. I, Cost. Dei Filius: Dz.-Sch. 3011). Νοi crediamo nell'infallibilità, di cui fruisce il Successore di Pietro, quando insegna ex cathedra (Cf Ibid., Cost. Pastor Aeternus: Dz.-Sch. 3074) come Pastore e Dottore di tutti i fedeli, e di cui è dotato altresì il Collegio dei Vescovi, quando esercita con lui il magistero supremo (Cf Lumen gentium, n. 25).

21. Noi crediamo che la Chiesa, che Gesù ha fondato e per la quale ha pregato, è indefettibilmente una nella fede, nel culto e nel vincolo della comunione gerarchica (Cf Ibid., nn. 8, 18-23; Decr. Unitatis Redintegratio, n. 2). Nel seno di questa Chiesa, sia la ricca varietà dei riti liturgici, sia la legittima diversità dei patrimoni teologici e spirituali e delle discipline particolari lungi dal nuocere alla sua unità, la mettono in maggiore evidenza (Cf Lumen gentium, n. 23; Decr. Orientalium Ecclesiarum, nn. 2, 3, 5, 6).

22. Riconoscendo poi, al di fuori dell'organismo della Chiesa di Cristo, l'esistenza di numerosi elementi di verità e di santificazione che le appartengono in proprio e tendono all'unità cattolica (Cf Lumen gentium, n. 8), e credendo all'azione dello Spirito Santo che nel cuore dei discepoli di Cristo suscita l'amore per tale unità (Cf Ibid. n. 15), noi nutriamo speranza che i cristiani, i quali non sono ancora nella piena comunione con l'unica Chiesa, si riuniranno un giorno in un solo gregge con un solo Pastore.

23. Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo Mediatore e la sola via di salvezza, si rende presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa (Cf Ibid. n. 14). Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini: e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l'influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch'essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza (Cf Ibid. n. 16).

24. Νοi crediamo che la Messa, celebrata dal sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell'Ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e di membri del suo Corpo Mistico, è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell'ultima Cena sono stati convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue che di lì a poco sarebbero stati offerti per noi sulla Croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Cristo gloriosamente regnante nel cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale (Cf CONC. DI TRENTO, Sess. XIII, Decr. De Eucharistia: Dz.-Sch. 1651).

25. Pertanto Cristo non può essere presente in questo Sacramento se non mediante la conversione nel suo Corpo della realtà stessa del pane e mediante la conversione nel suo Sangue della realtà stessa del vino, mentre rimangono immutate soltanto le proprietà del pane e del vino percepite dai nostri sensi. Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa, in maniera assai appropriata, transustanziazione. Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù ad esser realmente dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino (Cf Ibid.: Dz.-Sch. 1642, 1651; PAOLO VI, Encicl.Mysterium Fidei: AAS 57 (1965), p. 766), proprio come il Signore ha voluto, per donarsi a noi in nutri-mento e per associarci all'unità del suo Corpo Mistico (Cf Summa Theologiae, III, q. 73, a. 3).

26. L'unica ed indivisibile esistenza del Signore glorioso nel cielo non è moltiplicata, ma è resa presente dal sacramento nei numerosi luoghi della terra dove si celebra la Messa. Dopo il sacrificio, tale esistenza rimane presente nel Santo Sacramento, che è, nel tabernacolo, il cuore vivente di ciascuna delle nostre chiese. Ed è per noi un dovere dolcissimo onorare e adorare nell'Ostia Santa, che vedono i nostri occhi, il Verbo incarnato, che essi non posso no vedere e che, senza lasciare il cielo, si è reso presente dinanzi a noi.

27. Noi confessiamo che il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è di questo mondo (Cf Gv 18, 36), la cui figura passa (Cf 1 Cor 7, 31); e che la sua vera crescita non può esser confusa con il progresso della civiltà, della scienza e della tecnica umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più fortemente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all'amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini. Ma è questo stesso amore che porta la Chiesa a preoccuparsi costantemente del vero bene temporale degli uomini. Mentre non cessa di ricordare ai suoi figli che essi non hanno quaggiù stabile dimora (Cf Εb 13, 14), essa li spinge anche a contribuire - ciascuno secondo la propria vocazione ed i propri mezzi - al bene della loro città terrena, a promuovere la giustizia, la pace e la fratellanza tra gli uomini, a prodigare il loro aiuto ai propri fratelli, soprattutto ai più poveri e ai più bisognosi. L'intensa sollecitudine della Chiesa, Sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di esser loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi se stessa alle cose di questo mondo, o che diminuisca l'ardore dell'attesa del suo Signore e del Regno eterno.

28. Noi crediamo nella vita eterna. Noi crediamo che le anime dl tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora esser purificate nel purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù in Paradiso, come egli fece per il Buon Ladrone, costituiscono il Popolo di Dio nell'aldilà della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi.

29. Νοi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite intorno a Gesù ed a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com'è e (Cf 1 Gv 3, 2; BENEDETTO XII, Cost. Benedictus Deus: Dz.-Sch. 1000) dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi Angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi ed aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine (Cf Cost. dogm. Lumen gentium, n. 49).

30. Noi crediamo alla comunione tra tutti i Fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la propria purificazione e dei beati del cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l'amore misericordioso di Dio e dei suoi Santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù: Chiedete e riceverete (Cf Lc 10, 9-10; Gv 16, 24. ). E con la fede e nella speranza, noi attendiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.

Sia benedetto Dio santo, santo, santo. Amen.

Pronunciata davanti alla Basilica di San Pietro, il 30 giugno dell'anno 1968, sesto del Nostro Pontificato.

PAOLO PP. VI



Proponiamo questo articolo sempre attuale del vaticanista Andrea Tornielli sull'argomento della Santa Comunione

Inginocchiarsi davanti all'Agnello immolato per donare all'umanità la gioia eterna si può (e si dovrebbe fare)

1- Niente Ostia a chi si inginocchia. E il Vaticano striglia i "liberal" di Andrea Tornielli (da "Il Giornale" del 31 Dicembre 2002)

Inginocchiarsi in chiesa è sempre più difficile. E i vescovi americani hanno addirittura tentato di vietarlo a quei fedeli che lo facevano nel ricevere la comunione. Ma il Vaticano è intervenuto definendo l'assurdo divieto "un abuso pastorale". Quella che arriva da Oltreoceano è una notizia che ha dell'incredibile: la commissione liturgica della conferenza episcopale americana ha comunicato per iscritto nei mesi scorsi che è "illecito" inginocchiarsi davanti al prete o al diacono che distribuisce l'eucarestia. "La postura regolare per ricevere la santa comunione - si legge nella nota - dovrebbe essere quella di stare in piedi. Inginocchiarsi non è lecito nelle dioceso americane".

Com'è noto, fino alla riforma liturgica post-conciliare, la comunione veniva distribuita ai fedeli che si inginocchiavano davanti alla balaustra che separava la zona dell'altare da quella dell'assemblea. Successivamente la pratica è stata abbandonata e oggi per ricevere l'eucarestia ci si mette in fila indiana davanti al sacerdote. Qualcuno però ha mantenuto la vecchia abitudine, considerata come fumo negli occhi dai prelati americani. In diverse diocesi è accaduto che il parroco abbia negato la particola a chi si trovava in ginocchio, intimandogli di alzarsi. E la Conferenza episcopale, invece di invitare alla clemenza chiedendo che siano rispettate le diverse sensibilità dei parrocchiani, ha pensato bene di proporre un regolamento che dichiarasse fuorilegge gli incauti che piegavano le ginocchia. Molte lettere di protesta sono arrivate alla Santa Sede e così il cardinale Jorge Arturo Medina Estevez, oggi prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede, che viene pubblicata sull'ultimo numero di Notitiae, il bollettino del dicastero.

"La Congregazione è preoccupata - si legge nel documento, firmato dal porporato e controfirmato dal Segretario, l'arcivescovo Francesco Pio Tamburrino - perchè ha ricevuto un gran numero di lamentele da varie parti e considera il rifiuto di dare la comunione a un fedele sulla base della sua postura costituisca una grave violazione di uno dei diritti fondamentali dei fedeli".

"La posizione in ginocchio - continua la lettera vaticana - non costituisce motivo di negare la comunione. Il cardinale Joseph Ratzinger ha recentemente sottolineato che la pratica dell'inginocchiarsi ha dalla sua parte una tradizione di secoli e indica espressamente un segno di adorazione nella luce della vera, reale, sostanziale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate". La Santa Sede chiede quindi ai vescovi di vigilare e di "istruire con fermezza" i preti che hanno negato la comunione. "I sacerdoti - si legge ancora nella lettera - dovrebbero capire che la Congregazione esaminerà in futuro con grande serietà lamentele di quersto tipo e se verificate come vere intende procedere con azioni disciplinari adatte alla gravità di questo abuso pastorale".

La precisazione vaticana ha, ovviamente, un valore universale. Eppure il divieto americano appare come la punta dell'iceberg di un fenomeno diffuso anche in Europa e in Italia. Nelle nuove chiese, infatti, tendono a scomparire gli inginocchiatoi, sostituiti da sedie e seggiole, più maneggevoli e certamente più funzionali quando si tratta di aumentare o diminuire i posti disponibili. Il Nuovo Messale Romano, prevede che il fedele possa seguire l'atto liturgico della consacrazione del pane e del vino, culmine della celebrazione, sia in ginocchio, sia in piedi. La scomparsa degli inginocchiatoi però di fatto induce tutti a comportarsi in un unico modo: non è facile, infatti, soprattutto per persone di una certa età, genuflettersi a terra. E' interessante notare, poi, come questa tendenza sia favorita con spiegazioni teologiche. Si dice che stare in piedi significa avere "la dignità di figli", mentre inginocchiarsi farebbe venire meno questa dignità. C'è chi giustifica lo stare alzati dicendo che è più consono alle origini del cristianesimo. Su un recente numero del mensile La vita in Cristo e nella Chiesa, periodico delle Discepole del Divin Maestro dedicato alla formazione liturgica, si poteva leggere un commento nel quale il suggerimento di stare in piedi era accompagnato dall'equiparazione fra il celebrante e i fedeli: "Stiamo esercitando il nostro sacerdozio, stiamo offrendo noi stessi... l'offerente non si inginocchia, sta in piedi tutto pronto e tutto dato. Non si inginocchia come se adorasse un sacrificio di un altro da sè".

Questo, come altri segnali - ad esempio gli abusi liturgici documentati e accertati in diversi Paesi anglosassoni dove in alcuni casi le ostie consacrate alla fine della Messa vengono rimesse tra quelle sconsacrate - potrebbero far pensare che a volte sia lo stesso clero a non credere più nella presenza reale del corpo e sangue di Gesù nell'ostia consacrata. E pensare che, invece, il Concilio Vaticano II si attendeva dopo la riforma liturgica una rinnovata devozione verso l'eucarestia. Scriveva infatti Paolo VI nell'enciclica Mysterium fidei (1965): "Dalla restaurazione della sacra liturgia noi speriamo fermamente che scaturiscano copiosi frutti di pietà eucaristica". Nella Chiesa di oggi capita invece che si tolga la parrocchia al prete che sfila con i no-global, ma sull'altare si conceda di tutto: di ballare, di celebrare con i burattini, di accorciare a piacimento il Credo e magari anche di negare la comunione al fedele "reo" di essersi inginocchiato davanti al Santissimo.

Noi stiamo con PAPARATZINGER.blog


paparatzinger-blograffaella.blogspot.com

Per contatti

Blog antologico - cattolico

Questo Blog e' un prodotto amatoriale e non editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 2001. Se qualcuno riconoscesse proprio materiale con copyright e non volesse vederlo pubblicato sul Blog, non ha che da darne avviso e sara' immediatamente eliminato. Si sottolinea inoltre che cio' che e' pubblicato sul Blog e' a scopo di approfondimento, di studio e non di lucro.

Art. 21 della Costituzione Italiana: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure".

Per qualsiasi suggerimento e collaborazione scrivete.

mail penitente@alice.it