11 ott 2007

MIRARE ALLA SANTITA'


C'è bisogno di santità. In ogni campo dell'umano, per tutti, sacerdoti e religiosi e in noi laici credenti.

Visto che la santità è la radice, la realtà e la mèta della vita cristiana, la domanda ha di che apparire superflua. Tuttavia è l’occasione per fare alcune considerazioni strategiche dal punto di vista pastorale.

Una prima osservazione è elementare: la santità deve diventare oggetto di testimonianza convincente e di annuncio persuasivo, perché l’uomo non desidera e non può desiderare la santità (a meno di ridurne la consistenza e la totalità). La santità dice la verità dell’uomo anzitutto contraddicendo la sua situazione immediata. La santità è esigente: addita una mèta più alta delle possibilità dell’uomo, e chiede la conversione della mente, del cuore e della vita: da una parte è una realtà più bella di quello che l’uomo può immaginare, d’altra parte è contestazione vivente del peccato. Per l’uomo reale così come mediamente si presenta, la santità è insieme di più e di meno di quanto corrisponda ai suoi desideri: anche quando il desiderio di santità è reale, l’uomo è tentato di scoraggiarsi circa la possibilità di riuscirci, e soprattutto è indotto a rimanere attaccato ai beni, o ai mali, di questo mondo. E invece la santità, appunto perché è indivisibile, ci viene partecipata solo se la accogliamo come “la perla preziosa” per al quale vale la pena di “vendere tutto il campo” (Mt 13,46), se la preferiamo ad ogni altro bene, anche ai legami più cari (Lc 14,26).

L’affermazione centrale è però la seguente: si deve proporre la santità perché altrimenti ogni agire e ogni operare cristiano si svuota del suo senso profondo. Tutto diventa formale, inconcludente, sterile. Senza la santità il corpo ecclesiale è un ‘cadavere vivente’, viene frainteso alla stregua di ogni altra istituzione di questo mondo: sarà di volta in volta ammirata o invidiata, blandita o osteggiata, a seconda degli interessi dei potenti o delle mode d’epoca, ma di certo resterà fraintesa.

Ecco perché oggi la santità, oltre che contenuto essenziale della vita cristiana, deve essere fatta valere anche punto prospettico della programmazione pastorale. Senza l’ottica della santità si perde il più e il meglio. Senza la santità, manca il cuore profondo e il timbro inconfondibile dell'agire cristiano, certamente il contenuto e l’efficacia dell'opera pastorale.

Qual è il motivo per cui il papa la ripropone con forza? Qui bisogna prendere coscienza che l'annuncio della “vocazione universale alla santità” è stato recepito soprattutto nel senso negativo di togliere le ingiuste discriminazioni fra le vocazioni, quindi per superare l’ingiusta requisizione della santità da parte dei consacrati e della santificazione da parte dei sacerdoti. La conseguenza postconciliare di questa lettura parziale e riduttiva dei suoi enunciati, sommandosi con gli effetti di certa teologia e pastorale delle realtà terrestri, dei segni dei tempi, del dialogo con il mondo, è stata che i laici non si sono innalzati più di tanto rispetto al mondo, ma in compenso i consacrati si sono pericolosamente secolarizzati.

Brano da "La pastorale e la santità"

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