26 ott 2007



La pergamena di Chinon e le nuove evidenze storiche sul processo ai Templari.

Resoconto di Barbara Frale, la studiosa e storica del Vaticano che ha rinvenuto il prezioso atto di Chinon.

Nell’autunno del 1995, dovendo sviluppare la tesi di specializzazione presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica, trovai un brandello del processo contro i frati guerrieri dell’ordine del Tempio avvenuto sotto il pontificato di Clemente V (1305-1314), che era stato rilegato all’interno del registro avignonese 48 intestato ad un papa più tardo (Benedetto XII, 1334-1342).

Si trattava di un piccolo dossier vistosamente diverso rispetto agli altri documenti. Il fascicolo conteneva l’interrogatorio condotto sui Templari da Clemente V, l’unica vera inchiesta del papato sull’ordine messo sotto accusa dal re di Francia Filippo il Bello. Una ricerca supplementare dimostrò che quel fascicolo dall’aspetto così comune e frugale possedeva un valore storico enorme: non era infatti l’originale diplomatico dell’inchiesta pontificia, conservato tuttora in Vaticano sotto forma di alcune solenni pergamene, bensì un brogliaccio che il papa aveva fatto produrre ad uso privato.
Alla fine del 1311 i frati guerrieri del Tempio, messi sotto processo 4 anni prima ad opera del re di Francia Filippo il Bello che li accusava di eresia appoggiato dall’Inquisizione del suo regno, erano ancora in attesa di giudizio. Clemente V, ostaggio politico in territorio francese, giaceva sotto il ricatto del sovrano che minacciava uno scisma contro la Chiesa di Roma se l’ordine del Tempio non fosse stato abolito; si pretendeva che il papa prendesse una decisione. Il pontefice si rinchiuse nell’abbazia di Malaucène con alcuni dei padri che avrebbero partecipato al Concilio di Vienne, durante il quale era prevista l’emissione della sentenza sull’ordine.

Per settimane il papa studiò ed esaminò le prove contro i Templari effettivamente emerse durante il processo: a questo scopo si era fatto preparare dalla Cancelleria apostolica un brogliaccio, cioè un quaderno, con le trascrizioni delle inchieste realizzate sull’ordine del Tempio in modo da poter lavorare più agevolmente; con l’aiuto di alcuni collaboratori di fiducia, Clemente V passò in rassegna una per una le inchieste svolte attribuendo particolare valore probatorio soprattutto a quella che lui stesso aveva presieduto a Poitiers nell'estate del 1308, sulla legalità della quale aveva vigilato di persona.

Il fascicolo finito nel registro avignonese 48 era proprio il frammento di questo brogliaccio contenente il resoconto dell’inchiesta pontificia di Poitiers: la cosa più importante era la presenza di moltissime note marginali che costellavano tutte le carte. Note redatte da Clemente V e dai suoi fiduciari mentre stavano analizzando le prove a carico dei Templari durante il ritiro privato all’abbazia di Malaucène.
Analizzando la sequenza di queste annotazioni si vedeva che il pontefice, dinanzi a certe affermazioni sconvolgenti dei Templari, si convinse che gli atti contro la religione denunciati da Filippo il Bello come prove d’eresia (quali il rinnegamento di Cristo e lo sputo sulla croce) erano invece parte di un rito d’iniziazione osservato segretamente durante la cerimonia d’ingresso nell’ordine, una specie di prova di coraggio e d’obbedienza che i precettori imponevano ai nuovi confratelli per testare il loro carattere. Il rito ricalcava le violenze che i Templari catturato sopportare da parte dei Saraceni che volevano obbligarli, pena la decapitazione, ad abiurare il cristianesimo. Alla fine dell’inchiesta il papa sembrava essersi fatto l’idea che l’ordine, sebbene si fosse coperto d’infamia tollerando un rituale dalla forma così oltraggiosa per la religione, non era contaminato dall’eresia. Questa fu esattamente la posizione espressa pochi mesi dopo da Clemente V nel Concilio di Vienne con la bolla Vox in excelso, nella quale dichiarava che il processo non aveva comprovato l’accusa di eresia ma solo l’indegnità e il malcostume diffusi fra molti membri dell’ordine; pertanto sancì che fosse sospeso con sentenza non definitiva, motivata dalla necessità di evitare un grave pericolo per la Chiesa.

Le note del brogliaccio papale consentivano dunque di vedere la vera opinione di Clemente V sui Templari, a prescindere dalle decisioni che aveva dovuto prendere nel superiore interesse della Chiesa. Questa ricostruzione ha ricevuto conferma dal ritrovamento, nel settembre 2001, della pergamena di Chinon, rimasta praticamente ignota ai ricercatori del passato per via di una lacunosa catalogazione avvenuta nel 1628. La pergamena è l’atto originale dell’inchiesta che alcuni cardinali plenipotenziari di Clemente V svolsero nelle segrete del castello regio di Chinon dove Filippo il Bello aveva illecitamente recluso l’ultimo Gran Maestro del Tempio ed alcuni alti dignitari dell’ordine.
Nel giugno 1308 Filippo il Bello aveva acconsentito sotto minaccia a rilasciare alcuni Templari perché il papa pretendeva di interrogarli e si ostinava a non voler dare sentenze sull'ordine finché non avesse potuto parlare con i frati, che in tutto il regno erano segregati dagli ufficiali regi. Un convoglio di oltre 70 Templari trasportati su carri e incatenati l’uno all’altro era partito da Parigi verso Poitiers, dove si trovava la Curia Romana; giunti presso Chinon, sulle rive della Loira, i membri dello Stato Maggiore del Tempio erano stati isolati e trattenuti perché non raggiungessero mai il papa. L’obiettivo era quello di impedire che Clemente V li interrogasse, magari con il rischio che potesse addirittura dare una sentenza favorevole.
Questo nuovo abuso serviva a togliere all’inchiesta pontificia il suo pieno valore: se anche il papa avesse dichiarato i frati non colpevoli, la sua inchiesta sarebbe rimasta incompleta perché priva proprio dei membri più rappresentativi dell’ordine, quelli che portavano le maggiori responsabilità. Clemente V tenne comunque la sua inchiesta a Poitiers tra la fine di giugno e gli inizi di luglio; alla fine impose ai Templari di chiedere perdono per le colpe che avevano in ogni caso commesso e delle quali si erano già accusati nelle precedenti inchieste controllate dal re, cioè gli atti di rifiuto ed oltraggio della religione; poi li assolse e li reintegrò nella comunione dei sacramenti.

Il 14 agosto 1308, dopo aver ingannato le spie di Filippo il Bello partendo per le ferie estive, Clemente V invia segretamente tre suoi cardinali alla volta di Chinon: ha conferito loro pienezza di poteri, con l’incarico di tenere in suo nome quell’inchiesta pontificia sui dignitari del Tempio che Filippo il Bello aveva tentato d’impedire. I Commissari svolsero l’inchiesta e alla fine, imposto ai capi templari di fare ammenda per i loro errori e di chiedere il perdono della Chiesa, li assolsero come penitenti in nome di Clemente V e li reintegrarono nella comunione cattolica.

La pergamena di Chinon dimostra, insieme agli altri documenti, che Clemente V intendeva salvare l’esistenza dell’ordine templare dandogli un ruolo nuovo dopo averne riformato i costumi e la disciplina; anche se in seguito dovette rinunciare al suo progetto a causa della sproporzione di forze materiali tra la corona di Francia e il papato in quegli anni, il documento permette di aprire la conoscenza della storia svelando eventi rimasti finora in ombra.

Testo già diffuso in web dal 2005

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