24 ott 2007



In un mondo sempre più della 'fede fai da te' bisogna che i 'bulli' del cristianesimo cattolico, se non così vogliono seguitare a chiamarsi, imparino a rispettare ed amare la Chiesa che è Divino-umana. L'ignoranza nelle cose della propria fede e dottrina è una malattia gravissima dell'anima! Studiate la dottrina cristiana, altrimenti il passo dall'apostasia e dall'eresia è breve!

La mediazione della Chiesa e la funzione del Magistero

Dio ha scelto di trasmettere una dottrina e una vita nella storia degli uomini humano modo, "in modo urnano" (4), cioè facendo sì che avvenisse nel contesto di una particolare comunità di uomini da lui creata ad hoc, da lui animata e da lui assistita: la Chiesa, la "convocazione". Ovviamente la Chiesa, anche se ha una struttura sociale, non è una società come le altre e non è neppure solo società: san Paolo la descrive come il corpo di Cristo e questa è certamente la formula più comprensiva e più significativa per designarla. Poiché si tratta di un corpo non è un coacervo informe, ma ha una struttura che non è democratica, almeno nel significato modemo, "ideologico", del termine. A questo proposito la fede insegna, ancora una volta, a non essere succubi degli idoli del tempo, dal momento che una forma di governo — ma la democrazia moderna non è soltanto questo —, per quanto possa essere ritenuta dagli uomini di un certo tempo come la migliore in assoluto, non è un assoluto: comunque, non è la struttura della Chiesa.

Se la Chiesa è un corpo, non tutti i suoi membri hanno le stesse funzioni: vi è chi guida e chi è guidato, senza con questo configurare un rapporto meccanico, per cui vi è chi è solo attivo e chi è solo passivo. Infatti "corpo" dice organicità, cioè struttura, differenziazione e vita, per cui in esso tutto deve essere attivo, ma in modo differenziato.

Fra le varie funzioni vi è quella magisteriale, che comporta il compito di trasmettere la dottrina, di discernere quanto è conforme a essa e quanto a essa non è conforme, di giudicare di volta in volta come tale dottrina deve essere tradotta nella vita. Ma chi sono i depositari concreti del Magistero, cioè di questa vitale funzione di insegnamento? Per esempio, san Clemente, vescovo di Roma, verso il 95-98 — quindi certamente prima del Vangelo di san Giovanni, scritto all’inizio del secolo II —, indirizza una lettera, di tono omiletico, ai cristiani di Corinto, in cui afferma che "gli apostoli predicavano il vangelo da parte del Signore Gesù Cristo che fu mandato da Dio. Cristo da Dio e gli apostoli da Cristo. Ambedue le cose ordinatamente dalla volontà di Dio. [...] Predicavano per le campagne e le città e costituivano le loro primizie, provandole nello spirito, nei vescovi e nei diaconi dei futuri fedeli. E questo non era nuovo" (5). "I nostri apostoli — aggiunge — conoscevano da parte del Signore Gesù Cristo che ci sarebbe stata contesa sulla carica episcopale. Per questo motivo, prevedendo esattamente l’avvenire, istituirono quelli che abbiamo detto prima e poi diedero ordine che alla loro morte succedessero nel ministero altri uomini provati" (6).

Dunque, poiché il mandato di Cristo non poteva spegnersi con la morte degli Apostoli, ecco allora la promessa: "[...] io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del tempo" (Mt. 28, 20); ecco allora gli Apostoli imporre le mani a successori, i vescovi, ed è bene che fossero molti i successori degli Apostoli, perché la Chiesa doveva diffondersi in tutto il mondo. Inoltre, poiché la dottrina doveva rimanere rigorosamente una, era necessario un principio di unità: nel collegio degli Apostoli Gesù aveva scelto Pietro, e il suo ministero doveva continuare nei Papi di Roma, nei quali doveva risiedere il fondamento visibile della Chiesa, un fondamento che, partecipando della solidità della pietra che è Cristo, doveva garantire fino alla fine dei secoli stabilità e unità. Infatti, poiché fra molti possono sorgere divergenze e conflitti, il criterio visibile per sapere da che parte è la ragione e a chi fare riferimento, se sorgono differenze di dottrina o scismi, è alla portata di tutti: il vescovo di Roma, il Papa. Anche il Magistero dei vescovi è vincolante quando è "in comunione con il Papa", e solo a questa condizione.

Questo insegnamento è impartito humano modo. Nell’opera del domenicano spagnolo Melchor Cano, uno dei teologi più importanti della Controriforma, si trova questo "assioma": "Come Dio non manca nelle cose necessarie, così non abbonda in quelle superflue" (7). Certamente l’insegnamento autentico è garantito da Dio, ma ciò non significa che lo sia sempre nello stesso modo e che qua o là i limiti dell’uomo non possano segnarne l’esercizio.

A questo proposito bisogna però distinguere accuratamente due problemi:

a. l’assistenza dello Spirito Santo, che garantisce la conformità fra quanto insegna oggi la Chiesa e quanto ha insegnato Gesù: "Chi ascolta voi ascolta me" (Lc. 10, 16);

b. la certezza che ogni e singolo insegnamento della Chiesa sia conforrne a quanto ha insegnato Gesù.

Si tratta di due problemi distinti: non era assolutamente necessario che ogni e singolo insegnamento dei vescovi, e anche del Papa, avesse la garanzia dell’infallibilità. Vi è spazio per la debolezza dell’uomo, e quindi per l’errore, ma è uno spazio tale da non impedire che la "carne" sia portatrice della presenza di Dio: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del tempo". Non vi è spazio neppure per eclissi temporanee: "tutti i giorni".

La questione dell’infallibilità

Lo Spirito che Gesù ha lasciato alla sua Chiesa in modo permanente è "Spirito di verità" (Gv. 14, 17), e vi sono casi in cui si ha una certezza assoluta, per esempio quando il pronunciamento del Magistero si presenta nella forma di un giudizio definitivo, cioè quando si ha una definizione: se vi fosse errore, tutta la Chiesa cadrebbe in errore.

D’altra parte, come succede per l’insegnamento umano, non tutto il Magistero della Chiesa è impartito con la stessa autorità: vi sono insegnamenti definitivi e insegnamenti provvisori, o impartiti con minore sicurezza e impegno. Dio vuole salvare gli uomini proprio attraverso l’infermità umana. Stando così le cose, come ci si deve comportare se non si può essere sempre sicuri? Si deve avere fiducia, la fiducia teologale nel fatto che, al di là di qualche sdrucciolone accidentale, il cammino della Chiesa porta infallibilmente alla meta.

D’altra parte, riflettendo, si può notare come la stessa vita quotidiana in società sarebbe impossibile senza fiducia: si va dal medico, dall’avvocato e si fa quanto dicono di fare, non perché si comprendono appieno le loro indicazioni, ma perché ci si fida di loro; se si dovesse verificare sempre tutto e sottoporre tutto al vaglio della propria esperienza e della propria scienza, la vita diventerebbe un peso insopportabile. Anche la vita "profana" sarebbe qualcosa di assolutamente superiore alle forze del singolo, ma la materia in esame si situa in un campo ben più elevato: "Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono nel cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano" (1 Cor. 2, 9). In proposito si dà pure una garanzia ben più grande. Quindi il problema vero davanti al Magistero, quello più pratico, non sta nel chiedersi se è o se non è infallibile, ma se la persona che mi parla è o non è inviata da Gesù e quindi da lui assistita: "Chi ascolta voi ascolta me". Perciò il fedele non deve verificare tutte le volte, puntigliosamente, se quanto gli viene detto è infallibile o meno — non è sempre facile stabilirlo neanche per gli specialisti —, ma se chi gli parla è inviato da Gesù, se gli parla con autorità e, eventuabnente, se è proprio in comunione con il Papa.

Non esiste neppure un confine troppo netto e assolutamente rigoroso fra quanto è infallibile e quanto non è infallibile: a volte è molto difficile dire con certezza se un determinato insegnamento lo è o non lo è. Infatti un insegnamento, e un insegnamento tradizionale, è una realtà vitale, ricca di sfumature, per cui vi possono essere casi in cui ci si avvicina molto a una certezza assoluta, ma non tutto, nell’esercizio del Magistero, è giudizio definitivo. Il modo ordinario in cui si dà è quello dell’insegnamento, e un insegnamento è costituito da molti giudizi, da diverse affermazioni variamente articolate, tanto più articolate quanto più l’insegnamento è ampio, concerne anche realtà contingenti o si dispiega nel tempo. Più il carattere dell’intervento è puntuale, più è preciso, per cui un giudizio è un intervento puntuale che cerca, di sua natura, precisione dogmatica e rigore giuridico. Con ogni evidenza, le modalità del giudizio e dell’insegnamento vanno lette diversamente, e in questo sta tutta la differenza che intercorre fra il Magistero ordinario e quello straordinario.

È un grave errore, condannato dalla Chiesa, ridurre l’infallibilità al Magistero straordinario. Sarebbe anche qualcosa di ridicolo: negli ultimi cento anni, per esempio, si dà, con assoluta certezza, cioè con un consenso sufficientemente ampio di probati auctores, una sola definizione del Magistero straordinario, il dogma dell’Assunzione di Maria Santissima in cielo, contenuta nella costituzione apostolica Munificentissimus Deus, del 1° novembre 1950. Se così fosse non avrebbe poi tutti i torti lo storico del diritto canonico Brian Tierney a ironizzare sulla teologia neoscolastica dell’infallibilità con il suo noto "assioma": "Ogni pronunciamento infallibile è certamente vero, ma nessun pronunciamento è certamente infallibile..." (8). Ma questo errore è per certo meno grave di quell’altro che riduce il motivo dell’assenso al Magistero alla sua infallibilità. Quando i due errori si sommano — e uno slittamento in questo senso si è massicciamente verificato nella teologia contemporanea —, si giunge a togliere al Magistero stesso ogni reale incidenza nella vita di fede della Chiesa e nella teologia. Se il Magistero si riduce a dare al fedele garanzie saltuarie, a singhiozzo, con ritmi di cento anni, non si vede che rapporto possa avere con quella fede di cui "il giusto vive" e di cui deve vivere quotidianamente. La critica antinfallibilistica recente — quella espressa, per esempio, da Hans Küng, da Brian Tierney, da August Bernhard Hasler — è venuta quasi a portare a compimento un processo, a dare il colpo di grazia a una costruzione che, poggiando sui due colossali equivoci segnalati, era già ampiamente fatiscente.

Anche se non si può attribuire a ogni e singolo pronunciamento del Magistero ordinario la stessa infallibilità di una definizione — questo, d’altra parte, vanificherebbe la stessa differenza fra Magistero straordinario e ordinario —, tuttavia appare ovvio che, quando un insegnamento è di tutta la Chiesa, non si può pensare che, "globalmente preso", non contenga la verità di Gesù. Così come quando uno stesso insegnamento si protrae a lungo nella Chiesa, viene ribadito e confermato spesso, senza interruzioni, nel corso del tempo, non si può più pensare che non rifletta la Rivelazione divina, senza ipso facto smettere di considerare l’insegnamento autentico, quello degli "inviati", come la regola del proprio credere, per sostituirvi il proprio pensiero personale. Pensare una cosa del genere equivarrebbe a vanificare tutta l’economia della trasmissione della Rivelazione voluta da Dio: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del tempo". Un caso del genere è certamente quello costituito dall’enciclica Humanae vitae, pubblicata da Papa Paolo VI il 25 luglio 1968. Si è discusso, e si discute accanitamente, attorno alla sua infallibilità. Ma, se non si vuole restare indebitamente attaccati alle parole e cadere in una lis de verbis, in una "questione di parole", il problema non è poi così difficile: se, affermando che l’enciclica Humanae vitae non è in sé infallibile, si vuol sottolineare che non si tratta di Magistero straordinario, lo si può agevolmente concedere, ma se si intende sostenere che l’insegnamento in essa contenuto, in quanto riflesso di un Magistero di tutta la Chiesa costante e ininterrotto nei secoli, può essere discusso, allora ciò è aberrante e conduce a conseguenze disastrose, non solo relativamente al problema della contraccezione, rna per rapporto a tutta la vita di fede della Chiesa.


Il CATECHISMO della CHIESA CATTOLICA dice:

Il Magistero della Chiesa

85 « L'ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa è stato affidato al solo Magistero vivente della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo », (99) e cioè ai Vescovi in comunione con il Successore di Pietro, il Vescovo di Roma.

86 Questo « Magistero però non è al di sopra della Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente la ascolta, santamente la custodisce e fedelmente la espone, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio ». (100)

87 I fedeli, memori della parola di Cristo ai suoi Apostoli: « Chi ascolta voi, ascolta me » (Lc 10,16), (101) accolgono con docilità gli insegnamenti e le direttive che vengono loro dati, sotto varie forme, dai Pastori.


nel web l'intero documento, qui inserito in minima parte da Corrado Penitente

Noi stiamo con PAPARATZINGER.blog


paparatzinger-blograffaella.blogspot.com

Per contatti

Blog antologico - cattolico

Questo Blog e' un prodotto amatoriale e non editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 2001. Se qualcuno riconoscesse proprio materiale con copyright e non volesse vederlo pubblicato sul Blog, non ha che da darne avviso e sara' immediatamente eliminato. Si sottolinea inoltre che cio' che e' pubblicato sul Blog e' a scopo di approfondimento, di studio e non di lucro.

Art. 21 della Costituzione Italiana: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure".

Per qualsiasi suggerimento e collaborazione scrivete.

mail penitente@alice.it