12 ott 2007

PREGHIERA E PREPARAZIONE PER ESSERE CRISTIANI E APOSTOLI


Firmato dal card. Julian Herranz, proponiamo una breve passo del documento della Congregazione per i testi legislativi di Santa Romana Chiesa.
Consiglio di lettura di tutto il documento, che si trova in rete. Per i cristiani è anche un obbligo conoscere ciò che il Magistero ci fà pervenire quale nostra luce e guida per meglio corrispondere alla nostra vocazione di cristiani battezzati.

PONTIFICIO CONSIGLIO PER I TESTI LEGISLATIVI

"L'UMANITÀ È AL BIVIO"

IV. Il rapporto Diritto-Morale

Nella "19 Conférence des Ministres Européens de la Justice", organizzata dal Consiglio di Europa (La Valletta-Malta, 14 giugno 1994) sul tema della "corruzione" nella vita pubblica, ricorrevano spesso in tutti gli interventi le espressioni "crisi della morale" e "crisi del diritto", con riferimento alla scoperta in molte Nazioni di gravi illegalità nella gestione della pubblica amministrazione, nel mondo degli affari e nell'uso del pubblico denaro. Queste penose vicende - è vero - hanno indotto a parlare ansiosamente di crisi morale perfino i dogmatici della cosiddetta etica laica, la quale - dopo aver soppresso dai contenuti etici i rapporti dell'uomo con Dio e dell'uomo con sé stesso - ha ridotto la virtù della giustizia alla sola etica sociale, ai rapporti cioè puramente intersoggettivi.

Ma, contrariamente a questa visione riduttiva e miope della cosiddetta etica laica, del moralismo agnostico, le ragioni della crisi appaiono più vaste e assai più profonde della semplice perdita del senso dei doveri sociali. Sono piuttosto il crescente impoverimento etico, l'amoralità permissiva dell'attività legislativa e giurisprudenziale in molti Stati, e il conseguente progressivo indebolimento della razionalità delle loro leggi e delle sentenze dei loro tribunali, le ragioni che stanno portando al deprezzamento del diritto e alla perdita della sua funzione pedagogica e della sua sostanziale forza vincolante. È evidente a tutti - basta leggere i giornali - che l'amoralità del legislatore e quella del giudice costituiscono i più consistenti stimoli all'immoralità del cittadino.

Purtroppo, tale etica laica non ammette - ancor meno quando si parla di bioetica o di biodiritto - questi concetti di "amoralità" o di "immoralità" basati su valori e verità oggettivi che siano al di sopra delle leggi positive. Perciò, essa propugna la separazione tra "morale privata" ed "etica pubblica" in nome del cosiddetto "pluralismo etico". La morale privata si fonderebbe sui principi filosofici o le convinzioni religiose dell'individuo e, perciò, essa è da circoscrivere all'ambito ed al giudizio della sola coscienza personale di ciascun cittadino; l'etica pubblica, invece, sarebbe quella che viene determinata esclusivamente dal consenso maggioritario della comunità, cioè da quella verità convenzionale a cui abbiamo accennato prima e che viene concretizzata nella legge. Ha detto con la sua solita chiarezza un insigne studioso di bioetica: "I problemi della vita, ivi compresi quelli dell'aborto e dell'eutanasia, vengono affidati alla coscienza privata e la legge dovrebbe soltanto garantire in merito la libertà di coscienza e di comportamento, la scelta individuale (...) Si tratta dunque oggi non soltanto di meglio definire e fondare il rapporto tra bioetica e biodiritto, ma anche di rivendicare la legittimità di un discorso etico in ambito sociale e la sua rilevanza in ambito giuridico" (19).

Mi è parso necessario rilevare in un'altra occasione (20) che, allo scopo di criticare le precedenti affermazioni in chiave moralista e perfino fondamentalista, qualcuno potrebbe obiettare: ma non ci si accorge che parlando così si confondono pericolosamente la morale e il diritto? Non ci si accorge che il precetto morale si appella alla coscienza, mentre la norma giuridica riguarda invece i rapporti esterni, la condotta sociale dell'uomo? Non ci si accorge che in tutto questo ragionamento, oltre a detta commistione concettuale, traspare una certa nostalgia del sistema politico giuridico dello Stato confessionale cattolico?

Facciamo notare subito, per evitare equivoci, un fatto solitamente tralasciato dai sostenitori della cosiddetta morale laica: a opporsi alla legislazione permissiva dell'aborto, dell'eutanasia, alle leggi statali che liberalizzano completamente la fecondazione artificiale, le manipolazioni genetiche a scopo eugenetico e commerciale, ed altri attentati contro la dignità della vita umana, non è soltanto il magistero della Chiesa Cattolica, ma lo sono anche i pronunciamenti dottrinali più o meno formali di altre confessioni cristiane e di altre religioni (dall'Islam all'Ebraismo e non solo queste). Anzi vi si oppongono anche, apertamente oppure con timidezza per il timore di essere subito etichettati come di destra, non pochi rappresentanti di quella parte del mondo intellettuale che si dichiara religiosamente indifferente, ma culturalmente umanista: "Certamente", insegnava Cicerone, "esiste una vera legge: è la retta ragione; essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano al dovere, i suoi divieti trattengono dall'errore [... ]. È un delitto sostituirla con una legge contraria; è proibito non praticarne una sola disposizione; nessuno poi ha la possibilità di abrogarla completamente" (21).

Dicano quel che dicano coloro che la negano (22), è pure un fatto che questa legge naturale, già proclamata come il "giusto naturale" nella filosofia greca (23) e come "ius gentium" dal diritto romano (24) a tutela del buon governo e della giustizia, è rimasta sostanzialmente inalterata attraverso la storia, anzi è stata un fattore decisivo nello sviluppo civile dei popoli e delle culture.

Questa legge - a cui ci si è pure appellati nel processo di Nüremberg contro i crimini nazisti e in quello attuale contro i crimini nell'ex Yugoslavia - non è stata inventata dal Cristianesimo né da nessun'altra religione: è inscritta nel cuore dell'uomo, anche se illuminata poi più pienamente dalla Rivelazione. Comunque, e tornando al campo della riflessione scientifica e metodologica, non sembra che si possa attribuire sufficiente consistenza alla eventuale obiezione di commistione concettuale tra morale e diritto. Infatti, è vero che la morale e il diritto sono due scienze diverse, che riguardano l'uomo da prospettive e con finalità differenti. La morale si occupa primariamente dell'ordine dell'uomo come persona: riguarda cioè l'insieme di esigenze emananti dalla struttura ontologica dell'uomo in quanto essere creato e dotato di una particolare natura, dignità e finalità. Il diritto, invece, si occupa primariamente dell'ordine sociale: riguarda cioè - stiamo parlando del diritto come ordinamento - l'insieme di strutture che ordinano la comunità civile, la società. Ma se il fatto più rilevante e positivo del progresso della scienza del diritto nel XX secolo è stato proprio quello di mettere al centro della realtà giuridica il suo vero protagonista, l'uomo, fondamento e fine della società, è ovvio che il diritto di una sana democrazia deve tenere conto di quale sia la struttura propria della persona umana ontologicamente fondata: la sua natura di essere non soltanto animale e istintivo ma intelligente, libero e con una dimensione trascendente e religiosa dello spirito che non può essere ignorata, né mortificata. Altrimenti il diritto - anche se lo si volesse chiamare democratico - sarebbe contro natura, essenzialmente immorale, strumento di un ordinamento sociale totalitario. Qui non c'è spazio - in pura onestà scientifica - per il relativismo etico (negare cioè l'esistenza di una verità oggettiva sull'uomo e sulla vita umana), come non c'è spazio (se si vuole evitare l'instaurazione di una società selvaggia) per difendere la legittimità di un diritto positivo divorziato dalla legge morale naturale (25).

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