31 dic 2007


Il papa, la guerra contro le famiglie e la pace nel mondo


di Bernardo Cervellera


Una politica a favore della famiglia serve alla pace universale, in Cina come in Italia. Il riferimento a Dio non è fonte di guerre religiose, ma la base della convivenza mondiale.

Roma (AsiaNews) - Il Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata della Pace 2008, su tema “Famiglia umana, comunità di pace” brilla come un fulmine nel cielo sereno della nostra indifferenza. Nel nostro mondo segnato dall’individualismo e dal materialismo, chi si preoccupa che le famiglie, quelle nate dal “matrimonio fra un uomo e una donna”, siano il luogo che “educa alla pace”? La pressione delle “coppie di fatto”, delle unioni omosessuali, dei diritti individuali affermati fino alla morte dell’altro, rende esile e indifeso l’istituto familiare. E quale Stato nel mondo, con le sue pianificazioni economiche a largo raggio, non ostacola “direttamente o indirettamente” “l’accoglienza responsabile” di nuovi figli, o il diritto dei genitori ad essere i primi responsabili dell’educazione della prole?

Fra i tanti Paesi, pensiamo subito alla Cina, alle violenti politiche di controllo sulla popolazione e alla proibizione dell’educazione religiosa per i figli fino al 18mo anno di età. Tutte queste politiche sono “un oggettivo impedimento alla pace” e perciò preparano alla guerra. A Pechino, sempre più si accorgono che la politica del figlio unico crea violenza. Secondo il China Daily, nei due terzi dei 4 milioni di reati denunciati ogni anno sono coinvolti minori e i criminali minorili sono cresciuti dai 33mila del 1988 agli 80mila di quest’anno. Gli esperti cinesi spiegano che “l’insufficienza dell’istruzione scolastica e la rottura delle famiglie”, dovuta ai divorzi e alle migrazioni verso le città, spingono i giovani criminali ad associarsi in vere e proprie bande, commettendo anche nuovi tipi di reati.

Nella lista dei Paesi che fanno guerra alla famiglia dovremmo anche aggiungere molto mondo occidentale, fra cui l’Italia, dove abbondano le sperimentazioni abortive con la pillola Ru486; dove la tassazione per le coppie con figli è molto più pesante che per i singles; dove una madre che vuole anche lavorare non trova asili-nido, dove la parità fra scuole libere e scuola di stato è di là da venire.

In pratica il papa suggerisce di preoccuparsi del bene delle famiglie, dell’educazione, della sanità, dei figli non come un semplice servizio d’emergenza sociale, ma come un impegno a tutto campo per la pace universale.

Con il suo Messaggio Benedetto XVI smaschera i proclami dei governi che osannano la pace e il dialogo negli incontri internazionali e si dimenticano di fare qualche passo a favore delle famiglie nelle loro società.

Non che il papa dimentichi l’orizzonte mondiale, i conflitti in Africa, il terrorismo in Medio Oriente, l’escalation nucleare: egli dice però che per risolvere questi problemi bisogna guardare il mondo come una famiglia, “una casa comune”. Per questo, insieme e prima della lotta agli armamenti, viene la condivisione delle risorse energetiche, una cura dell’ambiente per creare uno sviluppo sostenibile, l’attenzione ai poveri, “esclusi in molti casi dalla destinazione universale dei beni del creato”.

Perché questo avvenga c’è bisogno di una conversione: riconoscere in Dio “la sorgente originaria della propria, come dell'altrui, esistenza. È risalendo a questo supremo Principio che può essere percepito il valore incondizionato di ogni essere umano, e possono essere poste così le premesse per l'edificazione di un'umanità pacificata. Senza questo Fondamento trascendente, la società è solo un'aggregazione di vicini, non una comunità di fratelli e sorelle, chiamati a formare una grande famiglia” (n. 6).

Nel mondo che vive un’accelerata globalizzazione economica e una lenta globalizzazione della solidarietà, si pensa che le religioni siano la causa di tutte le guerre. Benedetto XVI, invece, pensa che il riferimento a Dio sia la radice della pace; che la norma morale – basata sulla legge naturale oggettiva – debba ispirare le leggi mondiali. Senza di questo, a parole, il mondo si prepara a “un regno dell’uomo”, onnipotente e senza Dio, ma che rischia invece di trasformarsi nella ‘fine perversa’ di tutte le cose (cfr. Spe Salvi, n. 23)”.

11-12-2007 dal sito di ASIANews

La pace, e la famiglia.
Il fondamento della società a livello mondiale è era e sempre sarà la famiglia: quella naturale composta da un uomo ed una donna.
E la pace: attenzione, afferma il Santo Padre, che è anche Profeta come ogni succesore di Pietro.
Tensioni crescenti, pericoli vicinissimi, ombre cupe sul futuro.
Leggete dal sito del Vaticano tutto il Messaggio 2008.

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
BENEDETTO XVI
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2008

FAMIGLIA UMANA, COMUNITÀ DI PACE

4 - La famiglia, poiché ha il dovere di educare i suoi membri, è titolare di specifici diritti. La stessa Dichiarazione universale dei diritti umani, che costituisce un'acquisizione di civiltà giuridica di valore veramente universale, afferma che « la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato »(7). Da parte sua, la Santa Sede ha voluto riconoscere una speciale dignità giuridica alla famiglia pubblicando la Carta dei diritti della Famiglia.

5 - Pertanto, chi anche inconsapevolmente osteggia l'istituto familiare rende fragile la pace nell'intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale « agenzia » di pace. È questo un punto meritevole di speciale riflessione: tutto ciò che contribuisce a indebolire la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, ciò che direttamente o indirettamente ne frena la disponibilità all'accoglienza responsabile di una nuova vita, ciò che ne ostacola il diritto ad essere la prima responsabile dell'educazione dei figli, costituisce un oggettivo impedimento sulla via della pace.

Superamento dei conflitti e disarmo

14. L'umanità vive oggi, purtroppo, grandi divisioni e forti conflitti che gettano ombre cupe sul suo futuro. Vaste aree del pianeta sono coinvolte in tensioni crescenti, mentre il pericolo che si moltiplichino i Paesi detentori dell'arma nucleare suscita motivate apprensioni in ogni persona responsabile. Sono ancora in atto molte guerre civili nel Continente africano, sebbene in esso non pochi Paesi abbiano fatto progressi nella libertà e nella democrazia. Il Medio Oriente è tuttora teatro di conflitti e di attentati, che influenzano anche Nazioni e regioni limitrofe, rischiando di coinvolgerle nella spirale della violenza. Su un piano più generale, si deve registrare con rammarico l'aumento del numero di Stati coinvolti nella corsa agli armamenti: persino Nazioni in via di sviluppo destinano una quota importante del loro magro prodotto interno all'acquisto di armi. In questo funesto commercio le responsabilità sono molte: vi sono i Paesi del mondo industrialmente sviluppato che traggono lauti guadagni dalla vendita di armi e vi sono le oligarchie dominanti in tanti Paesi poveri che vogliono rafforzare la loro situazione mediante l'acquisto di armi sempre più sofisticate. È veramente necessaria in tempi tanto difficili la mobilitazione di tutte le persone di buona volontà per trovare concreti accordi in vista di un'efficace smilitarizzazione, soprattutto nel campo delle armi nucleari. In questa fase in cui il processo di non proliferazione nucleare sta segnando il passo, sento il dovere di esortare le Autorità a riprendere con più ferma determinazione le trattative in vista dello smantellamento progressivo e concordato delle armi nucleari esistenti. Nel rinnovare questo appello, so di farmi eco dell'auspicio condiviso da quanti hanno a cuore il futuro dell'umanità.

Dal Vaticano, 8 Dicembre 2007


30 dic 2007


SPAGNA celebrata la Giornata della FAMIGLIA
e della V I T A
un esempio
leggi tutti gli aggiornamenti sul paparatzingerblog
amarelachiesa.blog propone un breve passo antologico che in rete potete reperire per intero assieme a tutti i testi del grande Santo


SANT’AGOSTINO
La Dottrina cristiana
L'oratore cristiano dev'essere sapiente prima che eloquente.

5. 7. Ci sono però alcuni che ciò fanno senza mordente, in maniera sgraziata e con freddezza, mentre altri con mordente, in maniera elegante e con vigore. Ebbene, all'opera di cui ci stiamo occupando deve accedere colui che è in grado di trattare o dire la cosa con sapienza, anche se non può farlo con eloquenza, di modo che rechi giovamento agli uditori, sebbene si tratti di un giovamento minore di quello che avrebbe conseguito se avesse saputo parlare anche con eloquenza. Chi poi abbonda di eloquenza fasulla, lo si deve evitare con tanto maggiore cura quanto più l'uditore prova gusto nell'ascoltare da lui ciò che è inutile e, siccome sente che dice le cose con facondia, ritiene che parli anche conforme a verità. Questa norma non ignorarono nemmeno coloro che si accinsero ad insegnare la retorica, i quali riconobbero che, se la sapienza senza l'eloquenza giova poco alle comunità cittadine, l'eloquenza senza la sapienza il più delle volte nuoce moltissimo, certo non giova mai. Se a dire cose come queste furono costretti, mossi dalla forza della verità, coloro che impartirono leggi di eloquenza e composero libri in cui ne fecero l'esposizione pur senza conoscere la vera sapienza che è quella celeste, che procede dal Padre della luce, quanto più non dovremo avere gli stessi sentimenti noi che siamo figli e ministri di questa sapienza? In effetti l'uomo parla più sapientemente o meno sapientemente a seconda del progresso più o meno grande che ha fatto nella conoscenza delle sante Scritture. Non dico del fatto di averle molto lette o imparate a memoria ma dell'averle ben comprese e averne scrutato diligentemente il senso. Ci sono infatti coloro che le leggono ma poi le trascurano: le leggono per conoscerle, le trascurano non volendole comprendere. A costoro sono senza dubbio da preferirsi coloro che ritengono meno le parole lette e penetrano con gli occhi del loro cuore nel cuore delle Scritture. A tutti e due poi è preferibile colui che quando vuole ne sa anche parlare e le intende come si deve.


Parte della Lettera della Congregazione del CLERO a firma CLAUDIO cardinal HUMMES
l'intero testo sul sito della Congregazione
Nota esplicativa per incrementare in Diocesi la pratica dell’adorazione eucaristica continuata a beneficio di tutti i sacerdoti e delle vocazioni sacerdotali

... In tal modo - e proprio a partire dal posto occupato e dal ruolo svolto dalla Vergine Santissima, nella storia della salvezza - si intende, in modo tutto particolare, affidare a Maria, la Madre del Sommo ed Eterno Sacerdote, tutti i Sacerdoti, suscitando, nella Chiesa, un movimento di preghiera, che ponga al centro, l'adorazione eucaristica continuata nell'arco delle ventiquattro ore, in modo che, da ogni angolo della terra, sempre si elevi a Dio, incessantemente, una preghiera di adorazione, ringraziamento, lode, domanda e riparazione, con lo scopo precipuo di suscitare un numero sufficiente di sante vocazioni allo stato sacerdotale e, insieme, di accompagnare spiritualmente - a livello del Corpo Mistico -, con una sorta di maternità spirituale, quanti sono già stati chiamati al sacerdozio ministeriale e sono ontologicamente conformati all'unico Sommo ed Eterno Sacerdote, affinché sempre meglio servano a Lui e ai fratelli, come coloro che, ad un tempo, stanno “nella” Chiesa ma, anche, “di fronte” alla Chiesa tenendo le veci di Cristo e, rappresentandoLo, come capo, pastore e sposo della Chiesa (PdV n 16).

Si chiede, quindi, a tutti gli Ordinari diocesani che, in modo particolare, avvertono la specificità e l’insostituibilità del ministero ordinato nella vita della Chiesa, insieme all'urgenza di un'azione comune in favore del sacerdozio ministeriale, di farsi parte attiva e promuovere - nelle differenti porzioni del popolo di Dio loro affidate - , veri e propri cenacoli in cui chierici, religiosi e laici, si dedichino, uniti fra loro, e in spirito di vera comunione, alla preghiera, sotto forma di adorazione eucaristica continuata, anche in spirito di genuina e reale riparazione e purificazione. Si allega all’uopo un opuscolo finalizzato a meglio comprendere l’indole della iniziativa e un modulo da voler cortesemente reinviare a questa Congregazione, debitamente compilato se si intende – come si auspica – aderire in spirito di fede al progetto qui presentato.

Maria, Madre dell'unico, Eterno e Sommo Sacerdote, benedica questa iniziativa ed interceda, presso Dio, chiedendo un autentico rinnovamento della vita sacerdotale a partire dall' unico modello possibile: Gesù Cristo, Buon Pastore! ...

trovate il tempo di leggere queste righe!

sono una testimonianza valida quale catechismo cattolico


Comunismo, nazismo, guerre etniche: nuovi tiranni contro Cristo
Intervista a don Marco Gnavi, Segretario della Commissione "Nuovi Martiri

Roma (Fides) - Sono almeno 12mila i nuovi martiri del XX secolo documentati con un lavoro che ha richiesto 5 anni. "Dalla loro esperienza sorge soprattutto un invito all'unità e a vivere con audacia le virtù cristiane" ha detto a Fides don Marco Gnavi, il Segretario della Commissione "Nuovi Martiri" che dal 1995 lavora alla raccolta e catalogazione delle testimonianze. La Commissione, emanazione del Comitato Centrale per il Giubileo del 2000, è presieduta da Mons. Michel Hrynchyshyn, esarca degli ucraini di rito bizantino di Francia. Al suo fianco, in questi anni, don Gnavi ha seguito e organizzato il lavoro quotidiano di ricerca. Questo è il testo dell'intervista

Da cosa è nata questa ricerca?
Le premesse di questo sforzo vanno rintracciate nella volontà di Giovanni Paolo II. Il Papa, nella Tertio Millennio Adveniente (n. 37) scriveva: "Nel nostro secolo sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi militi ignoti della grande causa di Dio. Per quanto è possibile non devono andare perdute nella Chiesa le loro testimonianze". Il Papa è stato testimone delle vicende legate al totalitarismo nazista, a quello comunista, ha vissuto da vicino l'esperienza della Shoa e la sofferenza del popolo polacco. Da tutto questo è nata l'intuizione di Giovanni Paolo II che il martirio dei cristiani del '900 è una testimonianza eloquente ed efficace nel crocevia della storia in cui il male sembrava aver espugnato il bene. E' una eredità che il Papa chiede con insistenza di raccogliere. Per questo ha chiesto a mons. Hrynchyshyn, a me e agli altri membri della commissione di ricercare materiale sul fenomeno della persecuzione religiosa nei cinque continenti e lungo tutto il XX secolo.

Chi sono i "Nuovi Martiri"?
Il termine "Nuovi Martiri" indica soprattutto la dimensione nuova del martirio nel XX secolo. L'accento non va tanto sui singoli quanto sulle generazioni di cristiani che hanno sofferto la persecuzione. Chiese intere e gruppi di fedeli hanno sofferto a motivo della loro fedeltà a Cristo, al Vangelo e alla Chiesa, in contesti dove, prima di uccidere il corpo, si è cercato di uccidere l'anima. In questo XX secolo si è cercato di eliminare le residue capacità di resistenza al male, la voglia di riconciliazione e pace.

Come ha lavorato la Commissione in questi anni?
Abbiamo raccolto informazioni su oltre 12mila nuovi martiri, utilizzando i canali delle Conferenze episcopali e delle Congregazioni religiose. Abbiamo ricostruito una geografia della testimonianza e del dolore. C'erano luoghi inesplorati dove sono stati perpetrati crimini contro la fede e la vita cristiana: santuari e chiese deturpate e sfigurate, hanno racchiuso le tracce di una resistenza offerta da uomini disarmati. Le testimonianze sui 12mila "nuovi martiri" sono giunte da almeno 80 paesi, in 15 lingue diverse. Sono state tradotte, informatizzate e analizzate.

Considera concluso il lavoro?
No. Siamo ad una prima ricognizione della memoria. Il risultato incoraggiante è che si tratta di una prima finestra aperta su un fenomeno molto significativo. Ma in termini relativi 12mila storie sono poche. Se pensiamo solo all'Unione Sovietica si calcola che i cristiani abbiano avuto più di un milione di morti, e di molti non sappiamo neanche i nomi. C'è una disomogeneità nei dati pervenuti che è un invito a continuare a studiare il fenomeno. Questa prima ricognizione è un inizio e non può considerarsi esaustiva, tanto più che i cristiani continuano a morire.

Può illustrare questa geografia del dolore?
Nella ricerca c'è una preponderanza dell'esperienza europea che corrisponde da una parte al peso storico delle persecuzioni comunista e nazista, e dall'altra, alle capacità strutturali delle chiese, che in Europa sono più attrezzate per trasmettere la memoria. Sono arrivate molte testimonianze anche dall'Asia: in Cina il martirio è stato senza soluzione di continuità dall'inizio del secolo fino ai tempi recenti. Poi ci sono grandi capitoli legati a persecuzioni religiose come quella contro gli armeni, i casi del Vietnam, della Cambogia e del Laos. Anche per l'Africa abbiamo raccolto molto materiale sull'inizio del secolo, con le penetrazioni missionarie. Ma ci sono anche i martiri della decolonizzazione africana, e quelli legati alla deriva genocidaria successiva al 1989, quando missionari hanno scelto di vivere altre logiche contrapposte all'etnocentrismo, e sono morti predicando la riconciliazione. Dall'America latina, invece, abbiamo ricevuto poco materiale.

Quali caratteristiche l'hanno impressionata nelle vicende prese in esame?
Una delle più rilevanti è che i nuovi martiri sono uomini e donne disarmati di fronte a sconvolgimenti epocali, di violenza inaudita. Sono persone che si presentavano nude davanti a un tiranno che non era più - come nelle prime generazioni cristiane - una persona fisica, ma un sistema inumano. Inoltre i cristiani nel XX secolo hanno sofferto spesso insieme, pur provenendo da confessioni diverse. Nei gulag sovietici soffrivano insieme evangelici, cattolici, ortodossi. Il Papa ha insistito spesso sul martirio come fattore di unità.

Emerge qualche novità sull'antropologia cristiana del martirio?
Nel XX secolo il martire è un cristiano insieme ad altri cristiani, disarmato, vittima di sistemi enormemente più grandi di lui. Inoltre ci sono dei segni di novità che vanno accolti, pur non essendo in questione la terminologia classica del martirio. Pensiamo alla testimonianza delle Piccole Sorelle di Bergamo morte in Zaire per il virus Ebola: non sono state assassinate, ma indubbiamente sono testimoni di un amore consapevole fino alla morte. Erano coscienti di ciò a cui andavano incontro scegliendo di rimanere a curare i loro malati affetti da un virus letale e molto contagioso. La difesa della vita personale per loro non valeva più dell'amore. Questo è un messaggio forte.

Quale messaggio emerge dalle testimonianze di questi "nuovi martiri"?
Il martire del XX secolo è un testimone dell'amore, della carità e del vangelo. La sua è sempre una scelta per la vita, non per la morte. Le scelte ordinarie sono rese straordinarie dalle condizioni eccezionali di esposizione al rischio della vita. La carità vissuta da missionari e laici in condizioni ordinarie, in situazioni diverse diviene pericolosa e porta anche all'esito della morte. Il messaggio dei "nuovi martiri" è la traduzione in termini contemporanei ed efficaci delle beatitudini. Laici e religiosi, uomini e donne appartenenti a Chiese diverse dicono che vale la pena resistere al male con scelte quotidiane d'amore e carità, di riconciliazione e fedeltà al vangelo. Da questi testimoni della fede viene un invito pressante ad una maggiore audacia evangelica, anche al di là delle diverse appartenenze confessionali. L'invito all'unità è suggellato dall'offerta della propria vita, che è anche un invito a non vivere timidamente l'esercizio delle virtù cristiane. (5/5/2000)

da agenzia FIDES

NON DIMENTICHIAMOLI
andate sul sito della FIDES

Uccisi nell’anno 2007
15 sacerdoti (2 OMI, 1 IMC, 1 Padri Bianchi, 1 SVD, 1 Fidei donum, 9 diocesani) 3 diaconi (diocesani) 1 religioso (Fratelli Maristi delle Scuole) 1 religiosa (Suore Francescane della Sacra Famiglia) 1 seminarista (Soc. San Paolo)

Paesi di origine
America: 5 (2 Messico, 1 Stati Uniti, Perù, El Salvador) Africa: 4 (Ghana, Swaziland, R.D.Congo, Sudafrica) Europa: 4 (2 Spagna, 1 Italia, Germania) Asia: 8 (4 Iraq, 2 Filippine, 1 Sri Lanka, Indonesia)

Luoghi della morte
America: 7 (3 Messico, 2 Colombia, 1 Brasile, Guatemala) Africa: 4 (2 Sudafrica, Kenya, Rwanda) Europa: 2 (Spagna) Asia: 8 (4 Iraq, 3 Filippine, Sri Lanka)

29 dic 2007


Illuminante testo!
Lo proponiamo in versione integrale. Trovate cinque minuti per leggerlo!
Un Magistero sempre ricco e mai datato: tutto nella Chiesa conserva attualità.

L'OSSERVATORE ROMANO Giovedì 17 Luglio 1997

Riflessioni su una concezione sconcertante
Ci sono sette nella Chiesa?

CHRISTOPH SCHÖNBORN
Arcivescovo di Vienna

I. Chiarificazione del concetto

Da qualche tempo nei media si parla delle «sette intraecclesiali» oppure delle «sette intracattoliche». Questo rimprovero vuol colpire una serie di movimenti e comunità, che sono nati negli ultimi decenni. Mentre prima molti di questi nuovi gruppi venivano etichettati «conservatori» o «fondamentalisti», ora si cerca di isolarli come «sette intraecclesiali» (1). Si mette in guardia contro di esse così come contro le sette classiche o le cosidette «religioni dei giovani», le quali compromettono la salute psichica delle persone e le trattano in modo disumano.
Tanti fedeli sanno che ci sono sempre state, ed esistono pure oggi, separazioni settarie dal cristianesimo. Per molti cristiani risulta però sorprendente che ci siano delle «sette» anche all'interno della Chiesa, sebbene i rispettivi gruppi abbiano ottenuto il riconoscimento e l'approvazione ecclesiali.

1. A proposito della chiarificazione teologica

Il concetto di «setta» ha la sua origine nell'ambito religioso - ecclesiale, ma trova recentemente anche un allargamento in una dimensione politico - sociale. Per questo sta perdendo la sua precisione scientifica e la sua inequivocabilità. Nel linguaggio comune viene usato sempre di più come uno slogan per indicare quei gruppi giudicati «pericolosi», che trasgrediscono i valori fondamentali della società democratica liberale.
Per caratterizzare una setta, oggi i seguenti segni distintivi hanno ottenuto una certa comune validità: la formazione di gruppi elitari che si separano dalle realtà sociali e non raramente si oppongono ad esse; la creazione di forme alternative di vita che spesso conducono ad estremi lontani dalla realtà e ad esagerazioni malsane. Come caratteristiche interne di una setta, accanto all'impegno di conservare una meta oppure un idolo spirituale in contrasto con la convenzione comune, si menzionano: il rifiuto di valori fondamentali di oggi come la libertà personale e la tolleranza, insieme ad un impegno talvolta militante per gli atteggiamenti opposti; uno stile totalitario di vita; la soppressione della coscienza dei membri; la messa al bando di coloro che sono fuori del gruppo; e certe tendenze di voler controllare la società oppure alcuni dei suoi settori. Quando in un gruppo si riscontrano alcune di queste caratteristiche, subito si parla di una setta. Secondo il linguaggio religioso, che è più adeguato (e pertanto più preciso) per trattare il problema, una setta è un gruppo che si è distaccato dalle grandi Chiese, dalle Chiese popolari. Spesso le sette conservano singoli valori, idee religiose o forme di vita delle comunità ecclesiali dalle quali si sono separate. Tali elementi basilari però vengono posti in assoluto, isolati e realizzati in una vita comunitaria, severamente separata dall'unità originaria e diretta verso la conservazione e la protezione di se stessa. Collegati con questi dati fondamentali si possono menzionare i seguenti singoli segni distintivi: idee religiose squilibrate (ad esempio la fine prossima del mondo); la negazione di ogni comunicazione spirituale con persone che pensano diversamente; un entusiasmo esagerato nel presentare e realizzare la propria visione; un proselitismo invadente e una coscienza esagerata per la missione verso un mondo disprezzato; un assolutismo della salvezza che limita la possibilità di raggiungere la salvezza a un numero determinato di persone che appartengono al rispettivo gruppo.
Nella teologia cattolica una setta è caratterizzata soprattutto mediante l'abbandono della comune verità biblico – apostolica e dei contenuti centrali della fede. Perciò, a giudizio della Chiesa, la setta è sempre connessa anche con l'eresia e lo scisma. Non è necessario aver studiato la teologia per riconoscere la contraddizione fondamentale dello slogan «sette intraecclesiali». La presunta esistenza di «sette» all'interno della Chiesa comprende indirettamente anche un rimprovero contro il Papa e i Vescovi. Essi infatti hanno la responsabilità di esaminare le associazioni ecclesiastiche, per vedere se la loro dottrina e prassi siano coerenti con la fede della Chiesa. Per questo il non - riconoscimento da parte della competente autorità ecclesiastica fa parte essenziale della determinazione teologico – ecclesiale di una associazione come «setta».
Le sette si trovano fuori dalla Chiesa (e anche fuori dagli impegni ecumenici). Le sette sono isolate e, per la loro autocomprensione, non vogliono un esame da parte dell'autorità ecclesiastica. Le comunità ecclesiali riconosciute, tuttavia, stanno in un contatto continuo con i responsabili nella Chiesa. I loro statuti e il loro tenore di vita vengono esaminati. È pertanto sconveniente da parte di certe istituzioni, persone o media etichettare delle comunità riconosciute dalla Chiesa come «sette», oppure persino mettere lo stato di vita secondo i tre consigli evangelici in relazione con «pratiche settarie».
Secondo il diritto della Chiesa, i fedeli hanno il diritto di fondare delle associazioni. È compito dei Vescovi e della Santa Sede di esaminare le nuove comunità e i nuovi movimenti — nel linguaggio paolino si parla anche di nuovi carismi — e di riconoscere eventualmente la loro autenticità. L'autorità ecclesiastica ha il dovere di promuovere e di sostenere ciò che lo Spirito opera nella Chiesa. Deve pure intervenire e correggere, se si osservano degli sviluppi malsani o delle deviazioni nella dottrina e nella prassi. Questa è la grande differenza con la setta che non ha e non riconosce un'istanza rispettiva, mentre i gruppi ecclesiali si sottomettono coscientemente e liberamente all'autorità ecclesiastica, sempre pronti e disponibili ad accettare da essa eventuali correzioni.
Che questo sia davvero il caso, si potrebbe dimostrare con molti esempi concreti. I criteri essenziali dei carismi autentici vengono riassunti da Libero Gerosa nei seguenti termini: «I carismi sono “grazie speciali”, che lo Spirito distribuisce a libero giudizio “tra i fedeli di ogni ordine” e “con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere ed uffici, utili al rinnovamento della Chiesa e allo sviluppo della sua costruzione”. Di questi carismi alcuni sono “straordinari”, altri invece “semplici e più largamente diffusi”; ma il giudizio sulla loro genuinità appartiene, senza alcuna eccezione, a “quelli che presiedono nella Chiesa”, ai quali spetta di non estinguere i carismi autentici» (2).
In ogni caso nessuno dovrebbe lasciarsi turbare, se nei massmedia, alcune comunità approvate dalla Chiesa vengono chiamate «sette intraecclesiali». Se vi fossero delle incertezze e domande, esisterebbe sempre la possibilità di informarsi più accuratamente presso gli organi competenti della Chiesa.

2. A proposito del «fondamentalismo»

Il «fondamentalismo» è originariamente la denominazione per un movimento religioso - ideologico che è nato negli U.S.A. anteriormente alla Prima Guerra Mondiale. Esso si impegnò per una interpretazione strettamente letterale della Bibbia (soprattutto dei racconti sulla creazione) e divenne un movimento collettivo conservatore - protestante. Gli aspetti tipici del fondamentalismo odierno, nel suo Paese di origine, sono: il rifiuto di ogni visione storico - critica dei testi biblici, l'orientazione quasi mitica ad un passato idealizzato, il rifiuto di ogni valutazione positiva dello sviluppo moderno, un moralismo penetrante e critico soprattutto degli eccessi della società dei consumi, talvolta anche certe tendenze politiche di estrema destra ed affermazioni critiche sulla democrazia. Nella filosofia e sociologia moderna tale fondamentalismo americano, come espressione della «American Civil Religion», viene valutato criticamente, ma comunque considerato un fenomeno serio in considerazione delle aporie del liberalismo estremo.
Distinto da questo significato è il concetto, nato soltanto negli anni '80 in Europa, di un «fondamentalismo religioso» — una espressione piuttosto confusa ed imprecisa. Tale concetto comprende fenomeni così differenti come l'estremismo fanatico musulmano che, nel caso di una deviazione dalla religione, è pure favorevole all'applicazione della pena di morte, e d'altra parte l'impegno di cristiani cattolici di conservare la fede tradizionale della Chiesa. Il «sospetto del fondamentalismo» colpisce, senza alcuna distinzione, sia alcune associazioni ecclesiastiche, che sin dall'inizio aderiscono ai fondamenti della Chiesa e sono fedeli al Concilio Vaticano Secondo, sia i seguaci di Mons. Marcel Lefebvre. In fondo, il concetto del «fondamentalismo» viene spesso utilizzato come slogan per attaccare qualcuno, piuttosto che come espressione per cogliere un fenomeno spirituale chiaramente determinato.
In questo contesto si parla talvolta anche del «dogmatismo», dell'«integralismo», del «tradizionalismo», del «sospetto nei confronti di uomini che pensano e vivono diversamente» oppure della «paura davanti alla propria decisione».
L'intenzione della critica al fondamentalismo è di respingere un atteggiamento della fede caratterizzato dalla paura e dall'incertezza, che non riconosce nessuno sviluppo del dogma e della comprensione della verità, si tiene saldo a forme e formule rigide, e non osa esporsi alla prassi della vita in cambiamento. Questa forma di critica è giustificata. Tuttavia, alcuni critici tendono a valutare come fondamentalisti tutti i gruppi e movimenti, che — nonostante i molteplici cambiamenti attuali — si tengono saldi nel professare l'esistenza di verità permanenti e di valori obbliganti, e che non si distaccano «dalla pienezza, dalla forma strutturata e dalla bellezza del mondo della fede cattolica» (3). Tali critici devono chiedersi se talvolta loro stessi non siano nel pericolo di cadere in un relativismo riguardante i valori e la verità, e di sostenere nel contempo una certa pretesa di assoluto, che da solo vuol decidere sui fondamenti della realtà odierna della vita e della fede.
Nel suo nuovo libro «Il Sale della terra», il Cardinale Ratzinger risponde alla domanda sul significato e sul pericolo del fondamentalismo moderno in modo assai differenziato: «L'elemento comune tra le molte e diverse correnti, che vengono definite fondamentaliste, è la ricerca di sicurezza e semplicità della fede. Non si tratta, di per sé, di qualcosa di negativo, dato che, in definitiva, la fede — come ci ripete spesso il Nuovo Testamento — è destinata proprio ai semplici e ai piccoli, che possono vivere senza complicate sottigliezze accademiche. Se oggi invece è glorificata la vita condotta nell'accettazione di questa insicurezza, mentre la fede, in quanto scoperta della verità, è considerata sospetta, di certo non è comunque questo il genere di vita a cui la Bibbia desidera condurci. La ricerca di sicurezza e di semplicità diventa pericolosa solo quando porta al fanatismo e alla grettezza spirituale. Se poi si sospetta della ragione, allora anche la fede è falsificata e resa come una sorta di ideologia faziosa, che non ha più nulla a che fare con il fiducioso abbandono nel Dio vivo, in quanto fondamento originario della nostra vita e della nostra ragione. Sorgono allora delle forme patologiche di religiosità, come la ricerca di apparizioni, di rivelazioni dall'Aldilà e molte altre cose simili. Ma invece che continuare a battere sul fondamentalismo, continuamente richiamato, i teologi dovrebbero riflettere e chiedersi quanto loro stessi siano responsabili del fatto che sempre più persone cerchino rifugio in forme religiose limitate o malate.
Quando si offrono solo domande e non si mostra alcuna via positiva alla fede, fughe di questo genere diventano inevitabili» (4).

II. Singoli rimproveri

Mentre nella prima parte di questo articolo si è cercato di offrire un breve chiarimento sui concetti di «setta» e di «fondamentalismo», nella seconda parte si prenderà posizione su singoli concreti rimproveri nei confronti delle nuove comunità ecclesiali. Gruppi e movimenti riconosciuti dalla Chiesa — così si è concluso — non possono essere qualificati come «sette», poiché attraverso l'approvazione ecclesiastica si è attestato il loro radicamento nella Chiesa. I rimproveri contro nuovi carismi, nonostante il loro riconoscimento da parte della Chiesa, sono talvolta massicci. A tale proposito, occorre tener presente che si deve distinguere tra dottrina e prassi di queste comunità, riconosciute dalla Chiesa come carismi, e le debolezze di singole persone. Tutti sappiamo della imperfezione dell'agire umano. Pertanto si sottolinea ancora una volta che l'autorità ecclesiastica deve intervenire dove si trovano degli sviluppi malsani.
Concreti rimproveri sollevati sono: lavaggio del cervello, isolamento e separazione dal mondo, alienamento dai familiari, dipendenza da figure carismatiche, istituzione di proprie strutture intraecclesiastiche, violazione dei diritti umani, problema degli ex - membri. Come rispondere a tali rimproveri?
Lavaggio del cervello: Questo termine non è applicabile neanche al cambiamento della personalità spesso riscontrato nelle sette. Con esso, infatti, si intendono metodi disumani, applicati dai regimi totalitari, di influenzare e di cambiare la personalità dell'uomo. Tale termine non è in nessun modo applicabile alla formazione dei membri di comunità ecclesiali. Infatti, la formazione è una trasformazione voluta liberamente che rispetta la dignità umana, una trasformazione di tutta la persona in Cristo che deriva dall'appello programmatico di Gesù a convertirsi e a credere (cfr Mc 1, 14s.). Chi segue l'appello di Gesù nella grazia e nella libertà, acquista una visione credente della vita in tutte le sue dimensioni. In una delle sue lettere anche Paolo parla di questa trasformazione, quando afferma: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 2). Nella tradizione cristiana tale processo è stato chiamato «metanoia»: conversione della vita. Tale cambiamento della vita si basa sull'esperienza di essere chiamato dal Dio vivente a seguirlo in un cammino particolare. La conversione è un processo di vita, che richiede sempre di nuovo la libera decisione del cristiano. È dovere delle comunità ecclesiali osservare che la decisione alla sequela sia libera. Una serie di direttive canoniche vigila su questo punto.
Isolamento e separazione dal mondo: Il vangelo dice che i cristiani non sono «del mondo» (Gv 17, 16), ma adempiono la loro missione «nel mondo» (Gv 17, 18). Separazione dal mondo non significa separazione dagli uomini e dalle loro gioie, preoccupazioni e necessità, ma separazione dal peccato. Pertanto Gesù prega per i suoi discepoli: «Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno» (Gv 17, 15). Se i cristiani non fanno certe cose come gli altri, o se non si adattano perfettamente alla moda, ciò non vuol dire che «disprezzano» il mondo. Essi abbandonano solo ciò che contrasta con la fede, o ciò che non ritengono più importante perché hanno trovato il «tesoro nascosto in un campo» (Mt 13, 44). L'unione con Cristo deve spingerli a non ritirarsi in un mondo proprio, ma a santificare il mondo, trasformandolo nelle verità, nella giustizia e nella carità. In una società dei massmedia, nella quale la Chiesa deve essere una «casa di vetro», esiste anche la sfida di essere trasparenti nel senso della prima lettera di Pietro, e cioè «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt3, 15). Questo vale pure per le comunità contemplative che vivono dietro le mura del monastero e, nella preghiera e nel sacrificio, si dedicano al bene degli uomini. Infatti, la Chiesa è da una parte una «società di contraddizione» (5), dall'altra una comunità missionaria in mezzo al mondo.
Molte volte il Concilio Vaticano Secondo ha messo in evidenza tale aspetto, citando — tra l'altro — l'antica «Lettera a Diogneto». In questa lettera del II o III secolo si sottolinea che i cristiani, come tutti gli uomini, vivono nel mondo, ma nel contempo si oppongono allo spirito del mondo, perché mirano ad una meta al di là di questo mondo. Proprio così adempiono la loro missione per il bene del mondo. «In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è l'anima nel corpo. L'anima si trova in tutte le membra del corpo e anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo. Anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile. Anche i cristiani si sa che sono nel mondo, ma il loro vero culto a Dio rimane invisibile.
«La carne, pur non avendo ricevuto ingiustizia alcuna, si accanisce con odio e muove guerra all'anima, perché questa le impedisce di godere dei piaceri; così anche il mondo odia i cristiani pur non avendo ricevuto ingiuria alcuna, solo perché questi si oppongono ai piaceri... I cristiani sono come dei pellegrini in viaggio tra cose corruttibili, ma aspettano l'incorruttiblità celeste. L'anima, mortificata nei cibi e nelle bevande, diventa migliore. Così anche i cristiani, esposti ai supplizi, crescono di numero ogni giorno. Dio li ha messi in un posto così nobile, che non è loro lecito abbandonare» (6).
Alienamento dai familiari: Il rispetto e la cura amorevole per i genitori e i familiari fa parte essenziale del messaggio cristiano. Se però si tratta della chiamata alla sequela particolare, Gesù chiede di distaccarsi anche dalla famiglia: gli apostoli hanno lasciato la famiglia, la professione, la patria. Tale modo di seguire il Cristo continua nella storia fino ai nostri giorni. Alcuni genitori si rallegrano di una simile decisione di un figlio o di una figlia. Ma a questo riguardo possono nascere anche conflitti con i familiari; Gesù stesso ne parla (cfr Mt 10, 37).
Lasciar andare un figlio non è sempre facile, neanche nel caso del matrimonio. Se, comunque, si lascia la casa per la chiamata di Gesù e in piena libertà, non si tratta di alcuna fuga dai doveri familiari, e non si può sollevare la critica di una influenza ingiustificata da parte di una comunità. Una sola critica sarebbe opportuna, e cioè se si cercasse volutamente una rottura con i familiari che si impegnano pure in una vita di fede cristiana.
Infatti, ogni membro della famiglia è libero di scegliere il suo cammino della vita. Anche a questo proposito occorre essere tolleranti, rispettando la decisione della coscienza individuale. Certamente nel passato c'erano delle situazioni difficili e anche oggi esistono dei conflitti, ad esempio se delle comunità influenzano i minorenni contro la volontà dei genitori, oppure se i genitori non capiscono o non accettano la decisione di un figlio che vuol entrare in una comunità religiosa. Se, tuttavia, si vive la sequela di Cristo con amore, con decisione e con rispetto cristiano e se si tiene conto della libera decisione di ognuno, si può creare un rapporto di fiducia tra la famiglia «naturale» e quella «spirituale» con degli effetti molto positivi. Tanti uomini, per propria esperienza, ne possono dare testimonianza.
Dipendenza da figure carismatiche: Bisogna distinguere accuratamente tra persone che utilizzano le loro capacità in modo egoistico e falso per dominare su altri e renderli docili, e le persone veramente carismatiche, che sono anche oggi da trovare nella Chiesa. Esse offrono tutto il loro essere «con purezza» (2 Cor 6, 6) per la Chiesa e per il bene degli uomini. Nella storia della salvezza incontriamo sempre di nuovo simili figure particolarmente dotate. Il loro «prototipo» è Gesù Cristo stesso. Alla sua scuola innumerevoli uomini e donne hanno trovato il loro cammino della vita e la loro felicità. Fondatori e altri uomini carismatici, come ad esempio Benedetto o Ignazio, Chiara o Angela Merici, si sono impegnati a guadagnare altri uomini per Cristo. Dio li ha mandati come un dono alla sua Chiesa. Nella libertà dei figli di Dio essi hanno trasmesso ad altri la ricchezza soprannaturale della loro vita, e si sono sempre sottomessi all'autorità ecclesiastica. Non dobbiamo essere riconoscenti a Dio poiché dona anche oggi persone così piene di spirito? Non dobbiamo, oltre a conservare le strutture cresciute e consolidate, anche essere aperti al soffio dello Spirito Santo, che è l'«anima» della Chiesa?
Istituzione di proprie strutture intra-ecclesiastiche: Spesso si solleva il rimprovero che certi gruppi formano una «chiesa nella Chiesa». Per evitare tale pericolo, occorre sempre di nuovo cercare una relazione equilibrata tra strutture ecclesiastiche esistenti, soprattutto la struttura parrocchiale, e i nuovi gruppi. A proposito, il Cardinale Ratzinger afferma: «Nonostante tutti i cambiamenti che ci si può aspettare, è mia convinzione che la parrocchia rimarrà la cellula fondamentale della vita comunitaria. ... Come quasi sempre nella storia, ci saranno anche gruppi che saranno tenuti assieme da un certo carisma, da una personalità fondatrice, da uno specifico cammino spirituale. Tra parrocchia e “movimento” è necessario un fecondo scambio reciproco: il movimento necessita del legame con la parrocchia per non diventare settario, la parrocchia ha bisogno dei movimenti per non chiudersi su se stessa e irrigidirsi. Già ora si sono costituite nuove forme di vita religiosa in mezzo al mondo. Chi osserva con cura la realtà della Chiesa, può trovare già oggi un numero sorprendente di forme di vita cristiana, nelle quali appare già presente tra noi la Chiesa di domani»(7).
Violazione dei diritti umani: Sin dai tempi antichi il nucleo della vita consacrata è stata la sequela di Cristo nel celibato (nella verginità), nell'obbedienza e nella povertà. Chi sceglie questo cammino e, dopo più anni di riflessione e di preghiera, assume i rispettivi impegni, lascia determinati diritti per una libera decisione di coscienza: il diritto di contrarre matrimonio; il diritto all'autodeterminazione; il diritto all'indipendente amministrazione ed acquisto di beni. Il Concilio insegna: «I consigli evangelici della castità consacrata a Dio, della povertà e dell'obbedienza, essendo fondati sulle parole e sugli esempi del Signore e raccomandati dagli Apostoli, dai Padri e dai Dottori e Pastori della Chiesa, sono un dono divino, che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva» (8). La decisione per una tale forma di vita, se assunta volontariamente, non contraddice i diritti umani, ma è la risposta ad una chiamata particolare di Cristo. I responsabili delle diverse comunità sono comunque obbligati ad appoggiare la disponibilità dei membri con animo sincero e a farla fruttificare nello spirito di una vera «communio», per l'edificazione della chiesa e per il bene degli uomini.
Ex membri: Per i nuovi membri esiste in tutte le comunità religiose un tempo di reciproca conoscenza, di crescita e di autoesame, in preparazione ad un impegno definitivo. I superiori hanno anche il diritto di licenziare qualcuno, se si verificano certi fatti gravi. Il lasciare oppure il licenziare esiste purtroppo anche quando qualcuno ha già fatto un passo definitivo. Tra coloro che hanno abbandonato una comunità, ci sono poi alcuni che hanno conservato un buon contatto e, d'intesa comune, continuano il loro cammino. Naturalmente le comunità riconosciute dalla Chiesa offriranno ai loro membri ed ex membri anche la possibilità di rivolgersi, in casi di conflitto, alle istanze ecclesiastiche competenti. Tra gli ex membri ci sono però anche alcuni che diffondono le loro esperienze negative sulla tribuna dei media. Dove alcuni uomini vivono assieme, ci sono dei limiti e delle debolezze. Non è giustificato, tuttavia, presentare le proprie difficoltà all'interno di una comunità come valide in generale. Insomma, tali esperienze negative di taluni sono dolorose per la comunità intera della Chiesa. Simili esperienze vengono ripresentate spesso dalla pubblicità secolare, la quale comunque non si interessa delle questioni di dottrina, ma dei comportamenti e conseguenze che ne derivano. Nella discussione si evidenzia che la Chiesa, nelle sue varie comunità, è una «società di contraddizione» davanti alla società liberale e secolare. «Chi accetta la religione soltanto nella forma di una religione civile adatta alla mentalità sociale, giudicherà ogni cosa radicale come sospetta» (9). Se una critica si basa su sviluppi veramente problematici, essa sarà occasione di un serio esame da parte dell'autorità ecclesiastica; una critica può anche condurre ad una purificazione e crescita migliore di tale comunità. A proposito si afferma nel Rapporto vaticano del 1986 su «Il fenomeno delle sette o nuovi movimenti religiosi», che atteggiamenti settari (come ad esempio l'intolleranza e il proselitismo aggressivo, che vengono richiamati nel Rapporto) non bastano per costituire una setta, ma che tali atteggiamenti possono riscontrarsi anche in comunità ecclesiali. Testualmente si afferma che questi gruppi però «possono evolversi grazie ad un approfondimento della loro formazione ed a contatti con altri cristiani. Possono, così, progredire verso un atteggiamento più “ecclesiale”» (10). Questo atteggiamento ecclesiale è richiesto da ambedue le parti: dalle comunità, perché presentino il loro carisma come un dono tra tanti altri (resistendo così alla tentazione di una «pretesa ecclesiastica di assoluto»), e anche da coloro che non hanno un accesso immediato a tali forme di vita ecclesiastica, perché riconoscono in queste comunità un dono dello Spirito che dà la vita, un dono che apre a molti uomini un accesso alla fede.
Oggi in vari Paesi del mondo si sveglia un nuovo desiderio di vivere più decisamente il messaggio di Cristo, nonostante tutte le debolezze umane, di servire la Chiesa in unità con il Santo padre e i Vescovi. Molti vedono nei nuovi carismi un segno di speranza. Altri li giudicano come realtà strane, ed altri ancora come una sfida o persino una accusa contro la quale si difendono, talvolta anche con dei rimproveri. Qualcuno promuove pure un umanesimo che si distacca sempre di più dalle sue radici cristiane. Ma non dobbiamo dimenticare che «la parola conciliare della “ecclesia semper reformanda” rinvia non solo alla necessità di riflettere sulle strutture, ma anche alla sempre nuova apertura e messa in questione di accordi troppo favorevoli con lo spirito del tempo» (11).

NOTE

1) Cfr Hans Gasper, Ein problematisches Etikett. Mit dem Sektenbegriff sollte man behutsam umgehen: Herder Korrispondenz 50 (1996) 577580; Hans Majer, Sekten in der Kirche? Es muß Platz geben für unterschiedliche Wege: Klerusblatt 76 (1996) 208.

2) Libero Gerosa, Charisma und Recht, Trier 1989, 66; Citazioni nel testo da «Lumen Gentium», n. 12.

3) Leo Scheffezyk,Katholische Glaubenswelt. Wahrheit und Gestalt, Aschaffenburg 1977, p. 351.

4) Joseph Ratzinger, Il Sale della terra. Cristianesimo e Chiesa Cattolica nella svolta del millennio. Un colloquio con Peter Seewald, Torino 1997, pp. 156s.

5) Cfr Gerhard Lohfink, Wie hat Jesus Gemeinde gewollt?, Freiburg 1993, pp. 142ss., 181ss.

6) Lettera a Diogneto, n.6.

7) Joseph Ratzinger, Cit., pp. 229s.

8) «Lumen gentium», n. 43.

9) Hans Gasper, cit., (cfr nota 1).

10) Segretariato per l'Unione dei Cristiani, Segretariato per i non Cristiani, Segretariato per i non Credenti, Pontificio consiglio per la Cultura. Rapporto provvisorio «Il fenomeno delle sette o nuovi movimenti religiosi», Introduzione: Enchiridion Vaticanum 10 (1986 1987), p. 254.

11) Hans Maier, cit., (cfr nota 1).

28 dic 2007

Estratto antologico della Presentazione alla Stampa del Nuovo Rituale degli esorcismi, potete leggere l'intero testo nel sito della Santa Sede


Il 26/01/99, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, l’Em.mo Card. Jorge Arturo Medina Estévez, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha presentato il nuovo rito degli esorcismi del “Rituale Romanum”.

La presenza del diavolo e della sua azione, spiega l'avvertimento del Catechismo della Chiesa Cattolica: "la drammatica condizione del mondo che “giace” tutto “sotto il potere del maligno” (1 Gv 5, 19), fa della vita dell'uomo una lotta: `Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta incominciata fin dall'origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio' (Concilio Ecumenico Vaticano II, Constituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes, n. 37, 2)" - (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 409).

La Chiesa è sicura della vittoria finale di Cristo e perciò non si lascia trascinare dalla paura o dal pessimismo, ma allo stesso tempo è consapevole dell'azione del maligno che cerca di scoraggiarci e di seminare la confusione. "Abbiate fiducia - dice il Signore - Io ho vinto il mondo!" (Gv 16, 33). In questa cornice trovano il loro posto gli esorcismi, espressione importante, ma non l'unica, della lotta contro il maligno.

EM.MO CARD. JORGE ARTURO MEDINA ESTÉVEZ

CONGREGATIO PRO DOCTRINA FIDEI, Epistula Inde ab aliquot annis, ordinariis locorum missa: in mentem normae vigentes de exorcismis revocantur, 29 septembris 1985, prot. n. 291/70: AAS 77(1985), pp. 1169 1170.

Eccellenza rev.ma,
Già da alcuni anni, presso certi gruppi ecclesiastici si moltiplicano le riunioni per fare suppliche allo scopo preciso di ottenere la liberazione dall'influsso dei demoni, anche se non si tratta di esorcismi veri e propri; tali riunioni si svolgono sotto la guida di laici, anche quando è presente un sacerdote.

Poiché è stato chiesto alla Congregazione per la dottrina della fede che cosa si debba pensare di questi fatti, questo dicastero ritiene necessario informare i vescovi della seguente risposta:
1. Il canone 1172 del Codice di diritto canonico dichiara che nessuno può proferire legittimamente esorcismi sugli ossessi se non ha ottenuto dall'ordinario del luogo una speciale ed espressa licenza (§ 1), e stabilisce che questa licenza debba essere concessa dall'ordinario del luogo solo al sacerdote distinto per pietà, scienza, prudenza e integrità di vita (§ 2). Pertanto i vescovi sono vivamente pregati di esigere l'osservanza di queste norme.
2. Da queste prescrizioni consegue che ai fedeli non è neppure lecito usare la formula dell'esorcismo contro satana e gli angeli ribelli, estratta da quella pubblicata per ordine del sommo pontefice Leone XIII, e molto meno è lecito usare il testo integrale di questo esorcismo (1). I vescovi procurino di avvertire i fedeli, in caso di necessità, su questa cosa.
3. Infine, per gli stessi motivi, i vescovi sono invitati a vigilare affinché anche nei casi in cui è da escludere una vera possessione diabolica coloro che sono privi della debita facoltà non abbiano a guidare riunioni durante le quali vengono usate, per ottenere la liberazione, preghiere nel cui decorso i demoni sono direttamente interrogati e si cerca di conoscerne l'identità (2).

Il richiamo di queste norme, tuttavia, non deve affatto allontanare i fedeli dal pregare affinché, come ci ha insegnato Gesù, siano liberati dal male (cfr. Mt. 6,13). Infine i pastori potranno avvalersi di questa occasione per richiamare quanto la tradizione della Chiesa insegna circa la funzione che hanno propriamente i sacramenti e l'intercessione della B. V. Maria, degli angeli e dei santi circa la lotta spirituale dei cristiani contro gli spiriti maligni.

Colgo l'occasione per attestarle i sensi della più viva stima,
aff.mo in Cristo


JOSEPH card. RATZINGER prefetto
ALBERTO BOVONE segretario


(1) Nel Rituale Romanum (editio Taurinensis IV iuxta typicarn, Marictti 1952) le Normae observandae circa exorcizandos obsessos a daemonio costituiscono il capitolo 1 del titolo XII; il Ritus exorcizandi obsessos a daemonio è nel capitolo Il (pp. 677 705) (n.d.r.).
(2) Di questi interrogativi non esiste più traccia nel Ritus sopra citato; se ne tratta invece nelle Normae citate al tit. 15 in questi termini: "Sorto poi necessarie interrogazioni. per esempio, sul numero e sul nome degli spiriti ossessori, sul tempo in cui sono entrati, sul motivo e altre cose simili" (p. 679) (n. d. r. )
.

grazie al sito web ratzinger.it

amarelachiesa.blog invita a riflettere sulla forza della preghiera personale, ci permettiamo anche di consigliare gli ultimi due libri di p. Livio Fanzaga, cioè Non Praevalebunt e Profezie sull'anticristo


Preghiere utili

Ripetiamo ancora, e siamo pronti a farlo fino alla noia, che questo non è un libriccino di preghiere da leggere tutto d'un fiato.
La « Catena d'amore », ormai realtà grande e consolante anche se non rumorosa e. visibile; è come formata da tanti piccoli anelli che ci uniscono più strettamente a Dio e fra di noi. Essa si concretizza in un appuntamento spirituale tra le nove e le dieci di sera, senza imporci nessuna preghiera speciale.
Non ci sarebbe nessuna mancanza se qualche sera ci passasse anche del tutto di mente... o se gli impegni o la poca salute ce lo facessero anticipare o posticipare.
Non sono le molte preghiere, specialmente se volessimo farle digerire per forza anche agli altri, quelle che onorano Dio e strappano le grazie. È il pregare bene, con calma, con riflessione, in pace con Dio e col prossimo, ciò che noi ci proponiamo.
Di tutte le formule qui suggerite, a volte può bastare una sola. Può essere sufficiente anche un solo pensiero, un atto di amor di Dio e di accettazione della sua volontà, se altri impegni ci tengono occupati.
È bello e utile invitare altri a pregare con noi! Vinciamo il maledetto rispetto umano e, nello stesso tempo, siamo gentili e discreti, intelligenti e comprensivi.

Libera scelta

Ricordiamo che le preghiere che danno più fastidio al Diavolo e che quindi fanno maggior bene, nel nostro caso, alla persona da lui corporalmente posseduta, sono:
1) le preghiere imparate dalla mamma, che restano sempre belle e nuove se le diciamo con semplicità e amore; 2) gli Atti di Fede, di Speranza, di Carità e di Dolore, sempre se fatti con riflessione;
3) la Via Crucis, compiuta in Chiesa o in casa, invocando il Sangue redentore di Gesù e il Cuore addolorato di Maria;
4) il Santo Rosario, che il Demonio avversa in modo indescrivibile. Esso è la preghiera degli umili e la preghiera più raccomandata dai Papi.
Nonostante che molti, e non solo all'Inferno, la pensino diversamente, il Rosario è la preghiera corale dell' Universo a Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, in Gesù, e in Maria che viene lodata Madre di Dio e Madre e Regina dell'Universo.
È un coro immenso di lode a cui partecipano gli Angeli e i Santi, un coro immenso di supplica che s'innalza dal Purgatorio e dalla Terra.
Ave Maria, il Signore è con Te...
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi...
5) Sembra inutile ricordare, tanto è ovvio, che la massima importanza va riconosciuta al Santo Sacrificio della Messa, ai Santi Sacramenti della Confessione e della Comunione e a tutto il Culto liturgico in genere. « Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue, vivrà in eterno! ».
È parola del Signore!

dal buon sito medjugorje.altervista.org potete ritrovare ottimo materiale edificante!


Padre Amorth lancia un appello affinchè i vescovi abilitino nelle proprie diocesi il servizio di esorcista - vi consigliamo di aggiornarvi sull’attività del Santo Padre nel pregiatissimo paparatzingerblog che potete linkare nei nostri preferiti.

Quello che segue è un breve accenno al testo della PRESENTAZIONE del Nuovo Rito degli Esorcismi che potete trovare per intero nel sito maranatha.it

CONGREGATIO DE CULTU DIVINO
ET DISCIPLINA SACRAMENTORUM

IL CONTESTO CULTURALE E RELIGIOSO ITALIANO

2. Il nuovo «Rito degli esorcismi» vede la luce in una situazione culturale segnata da una larga diffusione di pratiche cultuali deviate o apertamente superstiziose.
La carenza in molte persone di un'incisiva esperienza di fede e di solide convinzioni religiose, la perdita di alcuni importanti valori cristiani e l'oscurarsi del senso profondo della vita concorrono a creare un clima di incertezza e di precarietà, il quale a sua volta favorisce il ricorso a forme di divinazione, a pratiche religiose venate di superstizione, a espressioni rituali di magia e talora perfino a riti estremamente aberranti, come quelli del culto a Satana.

3. Dall'esperienza pastorale risulta che, in alcuni ambienti, la superstizione e la magia convivono con il progresso scientifico e tecnologico; la cosa non sorprende più di tanto se si considera che la scienza e la tecnica non sono in grado di dare risposte ai problemi ultimi dell' esistenza, non essendo competenti sui fini, ma solo sui mezzi. Anzi non è escluso che l'efficienza scientifica e tecnica, stimolando la bramosia di successo, possa in certi casi predisporre l'animo alla ricerca dell' efficienza magica, conferire alle pratiche superstiziose una patina di scientificità e di rispettabilità, suggerendo collegamenti con la medicina, la psicologia, la psichiatria, l'informatica, offrire infine alla magia il supporto per uno sviluppo imprenditoriale di vaste dimensioni, con un movimento di cospicui capitali.

4. Nell'attuale temperie culturale si riscontra un diffuso e malsano interesse per la sfera del demoniaco al quale i mezzi di comunicazione sociale contribuiscono a dare risonanza e supporto. D'altra parte in ampi settori della cultura contemporanea viene spesso sottovalutata o negata la presenza e l'azione di Satana nella storia e nella vita personale. Spesso si prende pretesto dal linguaggio, immaginoso e mitico, di cui a volte si servono la Scrittura, la Tradizione e la predicazione popolare, per rifiutare, senza il necessario discernimento, insieme all'involucro verbale anche il reale contenuto della Rivelazione e della dottrina della Chiesa.

grazie al bellissimo sito maranatha.it

27 dic 2007

amarelachiesa.blog vi offre un brano antologico attualissimo sugli abusi nei sacramenti, potete leggere per intero questa intervista sul sito di 30giorni.it - avvisare le coscienze cattoliche che i sacramenti sono per la salvezza dell'anima è un'urgenza necessaria ad accostarci ad essi nei modi e nelle forme corrette!

I delitti più gravi riservati alla Congregazione per la dottrina della fede
A difesa della santità dei sacramenti

Intervista con monsignor Tarcisio Bertone, segretario dell’ex Sant’Uffizio, sui delicta graviora in forte aumento soprattutto in questi ultimi decenni: «Certamente si è registrato un aumento. Che non riguarda, come sembrerebbero suggerire i mass media, solo i casi di pedofilia, ma anche quelli relativi ai delitti contro la penitenza e l’eucaristia»

di Gianni Cardinale

«La tutela della santità dei sacramenti, soprattutto della santissima eucaristia e della penitenza, come pure il rispetto dell’osservanza del sesto comandamento del Decalogo da parte dei fedeli scelti per vocazione dal Signore, richiedono che, per procurare la salvezza delle anime, “che deve essere nella Chiesa legge suprema” (Codice di diritto canonico, can. 1752), la Chiesa stessa intervenga con la propria sollecitudine pastorale al fine di prevenire i pericoli di violazione».
Inizia con queste parole il motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela firmato da Giovanni Paolo II il 30 aprile dello scorso anno e pubblicato negli Acta Apostolicae Sedis, datati 5 novembre 2001 ma diffusi a gennaio. Il documento pontificio dà delle indicazioni «per definire più dettagliatamente sia i delitti più gravi (delicta graviora) commessi contro la morale e nella celebrazione dei sacramenti, per i quali la competenza rimane esclusiva della Congregazione per la dottrina della fede, sia anche le Norme processuali speciali per dichiarare o infliggere le sanzioni canoniche». In pratica si tratta di un motu proprio di promulgazione delle «Norme circa i delitti più gravi riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, distinte in due parti: la prima contiene le Norme sostanziali, e la seconda le Norme processuali». Queste Norme comunque non si trovano nel suddetto fascicolo degli Acta Apostolicae Sedis, che però pubblica una Lettera dell’ex Sant’Uffizio ai vescovi di tutto il mondo, datata 18 maggio 2001, in cui esse vengono annunciate e sintetizzate.
Questa documentazione, dicevamo, è diventata pubblica all’inizio di quest’anno. Già a dicembre comunque alcuni mass media statunitensi (l’agenzia Catholic News Service e il settimanale National Catholic Reporter) ne avevano dato notizia, focalizzando soprattutto l’attenzione su uno in particolare di questi delicta graviora (cfr. box per l’elenco completo): la pedofilia.
Sull’argomento, 30Giorni ha posto alcune domande a monsignor Tarcisio Bertone, 67 anni, salesiano, arcivescovo emerito di Vercelli, dal ’95 segretario della Congregazione per la dottrina della fede.

Eccellenza, perché questo motu proprio pontificio e questa Lettera della vostra Congregazione sui delicta graviora?
TARCISIO BERTONE: Bisogna ricordare che la Congregazione in questi anni ha riveduto un po’ tutte le normative sul suo modus procedendi nei vari settori. Per esempio, nei problemi della tutela della dottrina cattolica, nell’esame dei libri, nell’esame delle posizioni teologiche meno conformi o difformi dal patrimonio della fede cattolica; ha pubblicato la ratio agendi in doctrinarum examine, poi ha rielaborato la normativa sullo scioglimento del matrimonio in favore fidei, quindi tutta la prassi della sezione matrimoniale. Per quanto riguarda i delicta graviora noi eravamo fermi a delle norme riordinate e pubblicate nel 1962 attorno al crimen sollicitationis ad turpia, riguardanti tutta l’area degli abusi sessuali e in modo speciale quelli connessi con la celebrazione del sacramento della penitenza. In questi anni c’è stato quindi un progetto di revisione di tutta questa normativa, prescindendo dalla questione della pedofilia e dall’accresciuta sensibilità dell’opinione pubblica attorno a questo problema. Nella revisione della normativa sui delicta graviora, il nostro lavoro ha avuto come oggetto di attenzione particolare la tutela della santità dei sacramenti e della missione tipica del ministro ordinato, tanto è vero che il motu proprio inizia con le parole Sacramentorum sanctitatis tutela.
La nuova normativa riguarda innanzitutto due sacramenti...
BERTONE: Sì, quello della penitenza, che è il sacramento che personalizza di più l’incontro salvifico di Dio, attraverso il ministro ordinato, con i fedeli; il sacramento che forse ha avuto più problemi nella storia della Chiesa, sia nella sua evoluzione come pure nei tradimenti della sua celebrazione. E poi il sacramento dell’eucaristia, con la perdita di fede nella celebrazione eucaristica che facilita comportamenti delittuosi in senso canonico, quali la profanazione delle specie eucaristiche, i riti satanici come le cosiddette “messe nere”, e le concelebrazioni fra ministri ordinati e ministri che non hanno una vera e valida ordinazione né la valida eucaristia, e perciò ciò che concerne la cosiddetta intercomunione.

L’emanazione di queste Norme vuol dire che i casi di questi delicta graviora sono aumentati negli ultimi decenni?
BERTONE: Certamente si è registrato un aumento. Che non riguarda, come sembrerebbero suggerire i mass media, solo i casi di pedofilia, ma anche quelli relativi ai delitti contro la penitenza e l’eucaristia. Questo ha comportato anche un aumento di carico di lavoro degli uffici della nostra Congregazione che funge da Tribunale ecclesiastico.
Tra le finalità di queste Norme sui delicta graviora c’è anche quella di sollecitare le diocesi ad occuparsi tempestivamente di tali delitti?
BERTONE: Senza dubbio. C’era soprattutto nel passato – ma a volte c’è ancora oggi – il rischio di una trascuratezza, di una minore attenzione alla gravità del problema da parte delle diocesi. Poi c’è anche la necessità di un maggiore raccordo tra Chiese locali e il centro della Chiesa universale, di un maggior coordinamento, di un atteggiamento che sia omogeneo da parte delle Chiese locali pur rispettando la diversità delle situazioni e delle persone.
E l’elemento garantista che pure è presente in questo documento?
BERTONE: Nella normativa c’è anche un elemento, diciamo così, garantista. Serve ad allontanare i pericoli che vinca una cultura del sospetto. Nella normativa si prevede un vero, regolare processo per accertare i fatti, per confermare le prove della colpevolezza davanti ad un tribunale. Certamente si insiste sulla rapidità del processo. Ma si insiste anche sulle indagini previe che permettono di prendere dei provvedimenti cautelativi che impediscano all’individuo sospettato di recare ulteriori danni.
articolo apparso nel numero di febbraio 2002
leggi per intero sul sito 30giorni.it

26 dic 2007

dal sito DIOESISTE

amarelachiesa.blog ripropone questa attualissima proposta dei Carismatici francescani.

Proposta di una iniziativa

a tutela delle

Sacre Specie eucaristiche

Viribus unitis
(Confederazione del Corpo di Cristo)

La concessione del Sacro Corpo Eucaristico sulla mano è un tentativo di ritorno alla prassi liturgica in uso i primi secoli del Cristianesimo. La consuetudine fu rettificata nel corso dei secoli (il Sinodo che si celebrò a Rouen verso il IX secolo sotto Ludovico il Pio impose il rito della Comunione sulla lingua), così come nel corso dei secoli sono state rivisitate o corrette disposizioni e precetti ora caduti in disuso e annullati. Per esempio, la prescrizione del digiuno da effettuare prima di recarsi a ricevere la Sacra Particola: nei primissimi secoli occorreva esentarsi dal cibo nelle 24 ore antecedenti alla partecipazione alla Santa Messa; successivamente il precetto prevedeva il digiuno dalla mezzanotte del giorno precedente; ora la norma impone di non mangiare cibo un’ora prima della Santa Messa, anzi, la cogenza è rimasta per l’ora calcolata dalla distribuzione dell’Eucarestia. La Chiesa, insomma, ha derogato al rigore delle origini, confidando nell’amore che il popolo cristiano dovrebbe avere nei confronti della “cosa più preziosa in cielo e sulla terra” (San Giovanni Crisostomo). Ma il rigore –non il rigorismo- ha anche dei lati buoni, e forse si impone un passo indietro rispetto a una liceità che porta a fenomeni di disamore quando non di peggio. Tornando al caso di specie, da cui questo articolo trae scaturigine e mi auguro valenza, la concessione della Comunione sulla mano sembra AVERE ATTENUATO NEI FEDELI, stando a ciò che è dato non di rado vedere quando si assiste alla distribuzione dell’Ostia consacrata, LA COSCIENZA DELLA PRESENZA DEL CORPO GLORIOSO DI CRISTO e della presenza del Creatore dell’Universo nelle sacre specie eucaristiche. La compunzione che anni fa i fedeli avevano nel recarsi all’altare, è sparita: taluni non formano il trono con la mano prima che il sacerdote (o chi per lui) vi depositi il Corpo di Cristo (ed è davvero il minimo che bisognerebbe fare), quasi mai mettono in bocca l’Ostia consacrata davanti al Ministro (che si esime dall’esigerlo, come sarebbe suo diritto), e sovente non lo fanno nemmeno quando si spostano di lato (il gesto viene oramai identificato in un tutt’uno con il girarsi per tornare al proprio posto), bensì quando sono già di spalle a colui che distribuisce il Pane di Vita.

Ammesso poi che lo deglutiscano, il suddetto Pane! E’ risaputo infatti che le Messe nere sono aumentate da un decennio a questa parte, e che il trafugamento del Corpo Eucaristico è oggetto di un mercato che, allo stato attuale, offre 250 € per un’Ostia consacrata. La cosa più preziosa in cielo e sulla terra viene, nei riti satanici, messa nella pipì e ficcata nell’ano (scusate la crudezza del linguaggio, ma è la stessa crudezza e crudeltà che usano con Gesù, inutile nasconderselo). A prescindere dai satanisti, è innegabile, comunque, l’attenuazione nei fedeli del senso di sacralità dell’Offerta che si accingono a introiettare dentro di sé. Le cause sono molteplici: la scristianizzazione della società, una considerazione appannata dell’Ufficio e della dignità del sacerdote, visto come “uno di noi” e non come una persona consacrata che da Dio è investito di particolari poteri (vedasi Sacramento della penitenza). Il premere su “sono uno di voi” (che orribile quel “ci benedica Dio onnipotente”) e le altre ragioni che gli esperti conoscono bene hanno ottenebrato nel popolo cristiano la consapevolezza che il prete agisce in persona Christi (oltreché dei Sacramenti). Vi era una maggiore partecipazione emotiva quando i fedeli, riconoscendo la gerarchia del sacerdote e sentendosi fragili creature bisognose di vita eterna, con abbandono filiale accettavano dalle mani del presbitero il Sacro Pane Eucaristico. Ma la prassi attuale modifica questi rapporti.

Tuttavia, va rilevato che le istruzioni per distribuire la Santissima Eucaristia sono una enunciazione di disposizioni SPROVVISTA DEI MECCANISMI DI CONTROLLO per l’attuazione delle disposizioni medesime. Tale mancanza fa sì, ut exemplum, che il precetto di portare alla bocca il Corpo di Cristo davanti al Ministro o spostandosi dilato è risultato essere un provvedimento anodino, che non viene preso nella dovuta considerazione. E non solamente nelle celebrazioni solenni o in quelle con una partecipazione considerevole di fedeli; anche nelle piccole chiese, spesso non viene rispettato. Tra l’altro, con i satanisti e i confusi che ci sono in giro, anche una maggior attenzione del presbitero non porterebbe a grandi risultati. Anche i ministri che servono il sacerdote celebrante, occupati come sono a tenere la patena (dove ancora questa si usa) o a controllare la fila (è precipuamente questo che fanno ora), non possono prestare la dovuta attenzione acchè vengano osservate le prescrizioni in vigore, e soprattutto che l’Ostia venga deglutita. Occorre trovare un rimedio. Un rimedio –non la soluzione –può scaturire con il contributo dei laici, e precisamente dei laici appartenenti alle associazioni cattoliche. Le aggregazioni di fedeli quali i Terz’Ordini, le Confraternite o le Pie Unioni, ma anche l’Azione Cattolica o le Conferenze di San Vincenzo o le Associazioni private il cui atto costitutivo è stato approvato dall’autorità ecclesiastica, potrebbero inviare durante una Santa Messa due loro rappresentanti i quali, ponendosi ai lati destro e sinistro di chi distribuisce la Sacra Particola, STANDO A POCHI METRI da esso, dovrebbero verificare che l’Ostia venga deglutita (inserita in bocca e inghiottita. Potrebbe essere sufficiente che sia introdotta in bocca, vista la riluttanza e il rifiuto a compiere questo atto, quando chi stava per trafugare il Pane di vita è stato costretto a metterlo in bocca. Però chi ha intenti negativi inventa mille sotterfugi per porre in essere i propri propositi, pertanto sarebbe più opportuno che si verifichi l’avvenuta deglutizione).

Per inciso: NON E’ SUFFICIENTE CHE CONTROLLI SOLAMENTE UNA PERSONA DA UN LATO, se chi va a ricevere l’Eucarestia inghiotte l’Ostia. Si è notato che anche se c’è una persona che vigila vicino al presbitero, non è sicuro che la medesima riesca ad accertare bene cosa succede. D’altronde è capitato a tanti di noi di fermare più volte delle persone che a un altare (a un altare, quindi in uno spazio ristretto, figuriamoci negli spazi ampi) stavano trafugando un’Ostia consacrata, quindi organizzare un servizio vero e proprio in tal senso avrebbe una sua logica. La sovraesposta procedura è molto più semplice di come può apparire di primo acchito. Non bisogna però aggravare i parroci di lavoro, ragion per cui devono essere i laici cattolici a organizzare e regolamentare detto servizio. Perché ciò avvenga, è sufficiente che le Associazioni si uniscano in una Confederazione, la cui denominazione potrebbe essere Confederazione del Corpo di Cristo (il Corpo di Cristo è la Chiesa, paolinamente parlando. Ma è anche l’Ostia consacrata, pertanto vi sarebbe un doppio significato). A capo di questo Istituto vi dovrebbe essere un sacerdote nominato dal Santo Padre (come Vicario di colui che ha istituito l’Eucaristia, sarebbe moralmente giusto che fosse lui a nominarlo. Starebbe anche a indicare la sottomissione delle Associazioni al rappresentante di Cristo in terra).

Quanto ho proposto è un atto di amore a Gesù che non richiede alcun correttivo della legislazione vigente, bensì una integrazione (che non è apparentata con l’integralismo) della stessa, alla luce dei tratti fisionomici della società in cui viviamo. C’è chi consiglia di accentuare l’educazione al culto eucaristico, invece di pensare a tutelare il pane diventato Persona divina. Ovviamente una cosa non esclude l’altra. Però il fenomeno del trafugamento dell’Ostia consacrata e delle Sue profanazioni è talmente esteso, coinvolgendo anche categorie che volutamente rifiutano l’autorità di Cristo (non è realistico pensare di convertire i satanisti con della buona catechesi. Allora tanto vale fare come quelli che “si lavano le mani” di fronte a problemi per loro scomodi ma non insolvibili, affidando il problema alla Madonna. La Madonna si serve dei nostri corpi per l’edificazione del regno di Suo figlio. E ora il Corpo e il Sangue di suo figlio, offertoci per la nostra salvezza, è gravemente e grevemente oltraggiato, anche da chi forse non ha coscienza di quello che fa ovvero di quello che non fa: perché anche il non ossequio e non la non dovuta devozione sono un oltraggio. Di cui ognuno di noi dovrà rendere conto), che occorre intervenire con fatti decisi, fatti forti, fatti aggreganti. Si sa: viribus unitis.

Sorella Angela Musolesi

dal sito Dioesiste cui va un grazie di cuore!

20 dic 2007


Presepio

di Bruno Grassi

Santo NATALE

Auguri dal blog amarelachiesa



vi proponiamo questo incoraggiante testo di un eccellente Vescovo italiano, testo reperibile sul sito web della Chiesa Cattolica Italiana

leggetelo con attenzione, vale la pena!


COSA RESTA DEL NATALE CRISTIANO:

ANCHE LE PARROCCHIE RIDOTTE A VETRINE?

Non c’è che dire: ancora una volta VP ci ha azzeccato. Il tema del Natale, tra i grandi appuntamenti annuali, senza timore di mancare di rispetto a ciò che significa per noi credenti, è troppo ghiotto per correre il rischio di trascurarne l’impatto che di fatto riveste soprattutto a livelli di mass-media e di consumi sempre di massa, sul piano ormai mondiale. Il titolo volutamente provocatorio per questa modesta introduzione alle riflessioni che seguono, profonde ed alte, ad opera di maestri del pensiero che ci aiuteranno certamente ad entrare almeno per quanto possibile, nel vero senso e valore dell’evento cristiano per eccellenza, vuol essere un invito a prendere in seria considerazione quello che potremmo definire il lavoro previo di chiarimento e di rimozione se necessaria, di ciò che non è il Natale cristiano anche se a volte in buona fede si è portati a crederlo. Un tentativo dunque di sollecitare i cristiani di sincera e buona volontà, e sono tanti!, a rileggere ed a rivedere con giusto occhio critico i modi concreti con cui spesso viene presentato e si è invitati a celebrare la grande festa natalizia, sia nell’ambito mondano ma pure, e questo ci interessa ancora di più, perché maggiormente preoccupante, nel vissuto delle stesse nostre comunità cristiane.

Due quindi i versanti sui quali vorremmo richiamare l’attenzione di coloro che hanno veramente a cuore questa ricorrenza, non solo cara sul piano del sentimento, ma soprattutto della fede.

1. “NATALE che VALE”; “NATALE DA VIP”. Qualche anno fa su un enorme pannello pubblicitario uno scontato Babbo Natale, con questa scritta che campeggiava a caratteri cubitali, invitava tutti quanti a regalarsi appunto un Natale degno di gente che conta. Il riferimento esplicito era ovviamente al grande supermercato oggetto della pubblicità, come “luogo” delle relativa “celebrazione”, quale nuovo tempio adatto allo scopo. Questo particolare forse più ecclatante di altri, non è che uno dei tantissimi richiami espliciti capaci di farci riflettere sul come anche gli eventi più grandi e ben precisi della nostra fede, se non siamo vigilanti, ci vengano sempre più letteralmente scippati e strumentalizzati in ogni campo, da quello economico nel quale la cosa è più evidente e plateale, a quelli culturali e politici, in cui le manipolazioni sono maggiormente raffinate e più difficilmente avvertibili.

La febbre da consumi, per dirla con linguaggio fin troppo usuale tanto da diventare un luogo comune, è una realtà innegabile che stranamente spesso non è sentita o vista come problema, anche quando di fatto, vedi appunto le feste Natalizie, esplode in occasione di celebrazioni che per natura loro richiamano fortemente ed esattamente ben altre realtà.

Non è il caso né la sede per soffermarci su ciò che è evidente in un contesto semplicemente cristiano: il Cristo venuto direttamente e divinamente a rivelare oltrechè il primato di Dio, quello della persona, di ogni uomo sulle cose, preso a pretesto per “celebrare” (è la parola giusta!), invece l’opposto. Il primato delle cose, dell’abbondanza materiale, con ostentazioni sfacciate, sprechi incalcolabili, frutto spesso di vere giuste ingiustizie sociali, di fronte a tante povertà, non solo lontane da 3° e 4° mondo, ma pure vicinissime, soprattutto la quasi totale dimenticanza della condivisione fraterna, conseguenza obbligata dell’Incarnazione di Cristo nella umanità, in effetti gridano vendetta al cospetto di Dio. Ma a questo proposito dobbiamo essere chiari ed onesti. Il fatto che la cosiddetta società opulenta tipica dei nostri paesi occidentali (ahimè quasi tutti sedicenti cristiani!) retta da un economia squisitamente liberista, basata sul neo-capitalismo selvaggio, ci offra un modello di vita prettamente materialista, non deve stupirci più di tanto, perché tutto questo è perfettamente logico stanti le premesse. La controprova la troviamo nello slogan lanciato pubblicamente senza alcuna remora: consumare per produrre. Infatti chi non consuma e molto e sempre di più, non conta; interi popoli, una larga fetta dell’umanità, è cancellata del tutto dai progetti e bilanci mondiali, a livello ufficiale, perché non produce e non consuma. Ci deve invece stupire e preoccupare seriamente se mai il dato di fatto che troppi cristiani, in una certa misura quasi tutti noi compresi,, abbiano assimilato tranquillamente questa mentalità e di conseguenza adottato questo comportamento “mondano”, anche nel celebrare le festività più significative delle fede cristiana. Per tornare all’esempio da cui siamo partiti – Natale da vip - è fin troppo facile constatare che questo modello decisamente poco consono ad una celebrazione di Gesù che nasce povero a Betlemme, non è assunto e vissuto solo da non credenti o non praticanti, ma pure da molti che poi canteranno felici e contenti: “Tu scendi dalle stelle e vieni in una grotta al freddo ed al gelo”, senza problemi.

2. “LE PARROCCHIE RIDOTTE A VETRINE?”. E’ assai semplice, anzi quasi obbligato il passaggio dalla prima riflessione, sul versante mondano, alla seconda su quello più specifico ecclesiale. Come le nostre comunità preparano, celebrano e vivono l’evento Natalizio? Una risposta precisa e completa è difficile, poiché, non dimentichiamolo mai, la fede autentica è sempre una realtà profonda e interiore, per cui occorre ricordare innanzitutto che molti, specialmente la gente semplice ed umile, vive le feste cristiane in modo vero e fruttuoso, ascoltando la Parola di Dio, nella preghiera, nella grazia dei Sacramenti dell’Eucarestia e della Riconciliazione, con la carità genuina spirituale e materiale verso i fratelli più poveri. Quanti piccoli e grandi gesti di bontà soprattutto quelli nascosti, nei giorni del Natale. E’ bene però richiamare e rivedere i modi con i quali la comunità cristiana, per noi praticamente le nostre parrocchie, di fatto aiuta o meno i suoi fedeli a celebrare e vivere in pienezza di fede, di gioia, di amore questo grande evento del suo Signore Gesù che si fa vivo e presente per tutti, in particolare per i piccoli e gli ultimi. Certo molte parrocchie si danno da fare, iniziando per tempo. Molte iniziative vengono già proposte nell’Avvento, e poi nella Novena tradizionale; si prepara bene curando molto il canto la ormai affermatissima Messa di Mezzanotte (se si riuscisse a porre eguale impegno per ottenere altrettanta partecipazione alla Veglia Pasquale, che non gode invece di molta simpatia!); si sollecitano ed anche si organizzano opere di carità. In parecchi casi poi si cerca di rendere più al vivo la Natività, attivando rappresentazioni di vario tipo. Chi non ha assistito e con gioia, alla recita classica della nascita di Gesù, fatta dai bambini della scuola materna? La loro genuinità e spontaneità non possono che commuovere un po’ tutti e giustamente, senza dimenticare l’alto valore educativo cristiano che resterà per sempre nella loro vita. Così ancora in altri casi di vere celebrazioni preparatorie alla liturgia, con testi esclusivamente biblici e canti adeguati. Si devono però registrare non poche volte delle iniziative, promosse dalle parrocchie s’intende, perché di questo stiamo parlando, che lasciano per lo meno perplessi e a ragione rimandano alla domanda iniziale: “parrocchie ridotte a vetrine?”. Ci riferiamo allo spazio e soprattutto alla preminenza data ad attività non propriamente specifiche del compito primario, anzi alla ragion d’essere delle parrocchie stesse. Se infatti ci si chiedesse un po’ brutalmente ma efficacemente: che ci stanno a fare queste nostre care, antiche o recenti comunità istituzionali, quelle che al di là di ogni novità aggregativa che periodicamente sembra affermarsi come polo alternativo per la vita ecclesiale, continuano a rappresentare il primo e vero volto della Chiesa in quanto madre che tutti accoglie sul territorio senza alcuna distinzione di primogeniture varie, ma solo come in un’unica e grande famiglia, la risposta non potrebbe che essere ben precisa e chiara: generare ed educare permanentemente alla fede i suoi figli, offrendo non semplicemente un luogo in cui si possano ritrovare persone affini per gusti e stili anche spirituali, ma i grandi doni di Dio affidati alla Chiesa: dalla Parola ai Sacramenti, il tutto nelle comunione fraterna concreta vissuta all’interno con chi c’è, cosi come è, ma aperta per la missione verso tutti coloro che guardano “come si amano” i discepoli del Cristo che è venuto e viene, dando perciò priorità assoluta alla formazione con relativi mezzi necessari.

Ci hanno richiamato questo compito essenziale i Vescovi italiani nella Nota pastorale

“Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”: “una parrocchia dal volto missionario deve assumere la scelta coraggiosa di servire la fede delle persone in tutti i momenti ed i luoghi in cui si esprime” (n 9). Proprio avendo presente la vera missione della parrocchia non pare fuori posto od inutile interrogarsi se possano essere effettivamente di aiuto per una celebrazione Natalizia come evento di fede, non poche iniziative tipo certi presepi viventi che pur non tralasciando del tutto il racconto evangelico, indulgono troppo ad aspetti di vita interessanti ma attinenti più al folklore, o ad usi e costumi storici, come rassegne di antichi mestieri o addirittura la reclamizzazione di prodotti locali, attività peraltro giustamente promosse dalle Pro-Loco. Così pure viene da dubitare se sia positivo sempre al fine di aiutare ad accogliere il mistero del Natale, l’ospitare in chiesa, sempre da parte delle parrocchie rappresentazioni scolastiche che sostanzialmente interpretano in chiave natalizia buonismi di maniera od anche contenuti religiosi generici vaghi, nei quali non compare per nulla la persona storica di Gesù; così ancora se è lecito, perché qui andiamo su un terreno minato, è proprio sicuro che introdurre tranquillamente nei contesti catechistici-oratoriali tipici parrocchiali, il famoso Babbo Natale, aiuti i bambini e ragazzi ad accostarsi alla vera storia di Gesù? Si potrebbe continuare ma non è il caso. L’importante è, se possibile, invitare le parrocchie a verificare umilmente se, pur senza cattiva volontà effettivamente non corrano il rischio di ridursi o comunque di sembrare vetrine di cose belle ma che possono occultare l’essenziale, come amava dire un illustre cardinale a proposito delle tante e celebrate iniziative per il Giubileo 2000: “attenti a non dimenticarci del festeggiato!”.

Natale sì, ma Natale di chi ? Resta tuttora la domanda sempre attuale e la risposta tocca a noi credenti, Pastori e fedeli, personalmente e comunitariamente. E’ una grande e grave responsabilità tutta nostra, offrire una precisa testimonianza al mondo che forse inconsciamente attende Cristo Salvatore di tutti. In questo caso, se noi non siamo trasparenti e coerenti, certamente non possiamo darne la colpa ad altri.

+Sebastiano Dho, vescovo di Alba

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